Il Sito di Daniele Dattola

RITO GRECO-LATINO GLI EBREI A REGGIO CALABRIA

 

 

In un preciso periodo detto dell’età grecanica e per lungo tempo dopo, fino al totale tramonto, nel secolo XVI (1500) i monaci italo-greci detti Basiliani dettero una grande impronta nell’introduzione del rito greco. Dei loro monasteri e dei loro meriti avremo modo di parlare. Fin dall’inizio del Secolo VIII dell’era cristiana, la Calabria, che conservava il nome di Bruzzia o Brezzia, era legata con vincoli saldi al Romano Pontefice, le chiese nello svolgimento liturgico usavano il rito latino, così come quasi in tutto l’Occidente. (v. Cotroneo e altri) Nella faraonica lotta tra Leone Isaurico, l’iconoclasta, distruttore delle Sacre immagini,

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(da internet)

 

 

ed i Romani Pontefici, difensori della fede e delle loro esterne rappresentazioni, la Calabria faceva parte dell’impero Bizantino, che con la forza delle armi e la prepotenza politica riuscì a sopraffare l’unità religiosa rompendone i legami. Tutti i monasteri bizantini dell’Italia meridionale tra l’VIII e l’XI secolo, pur dipendendo dal patriarcato di Costantinopoli dagli anni Trenta dell’VIII secolo – quando l’Italia meridionale fu tolta alla giurisdizione romana e attribuita a quella costantinopolitana per decisione dell”imperatore iconoclasta Leone III – non smisero mai la comunione col patriarcato romano, e tanto meno lo fecero dopo la restituzione normanna (metà XI sec).

 

images ABBRACCIO T                                                                                       (da Internet)

Il dominio bizantino in Calabria, cominciò con la lunga guerra ai Goti (535-553), e perdurò con alterna vicenda fino all’XI° sec., cioè fino all’affacciarsi sui nostri lidi degli avventurieri normanni. Ascese in quel tempo all’Impero D’Oriente, Leone III° l’Isaurico, e questi che impersonava un mondo di guerre e di riconquiste, persistendo nel costume dei suoi predecessori di intervenire nelle controversie religiose, promulgò nel 726 un editto, che fu chiamato iconoclastico (distruttore delle immagini) col quale si proibiva il culto delle immagini sacre. Questo creò oltre alla resistenza del clero la più fiera opposizione in tutto l’impero e particolarmente negli strati inferiori della popolazione, tanto all’interno che oltremare.

La lotta si protrasse, con una sosta dal 787 all’802, sino all’843; ma finì con la sconfitta dell’iconoclastia.

La Calabria e la Sicilia furono assoggettate e sottratte all’autorità Pontificia, pertanto il rito greco fu anteposto al rito latino, nelle chiese cattedrali, nelle Città, Comuni, e Borgate.

In Calabria il rito greco fu introdotto verso il 740 d.C., nella prima metà dell’VIII° Sec., quando già il nome di Bruzzia o Brezzia era già stato sostituito con quello di Calabria, così scrive il Morisani, di usare la voce Calabria nei suoi scritti “De Protopapis” da parte del Mazzocchi. (Cap. XIII° pag. 233). E’ però gloria dei nostri più grandi di avere costantemente conservato l’ortodossia nella fede e nella morale, per cui mentre a Costantinopoli venivano perseguitati i fedeli e religiosi, e si distruggevano le sacre immagini, la Calabria divenne luogo d’asilo e di rifugio. In questo posto i monaci italo-greci e i loro maestosi e fiorenti monasteri si insediarono e furono nelle alture riparate statue e quadri di enorme bellezza, tra i boschi e i nuovi templi., con una incessante fioritura di maggiore culto, di credenza, di fede, cementata dalla grandiosità dei riti orientali e dalla vita austera dei cenobiti Basiliani.

Furono intrapresi enormi disboscamenti e rimboscamenti, l’allineamento dei torrenti e dei fiumi, mentre nei nostri paesi e villaggi montani sorgevano i primi nuclei attorno ai monasteri Basiliani.

Il Morisani scrisse che poco sappiamo delle varie vicende che subì il rito greco, egli ci parlò delle irruzioni barbaresche di pirati e Saraceni, avvenute nelle nostre terre dove loro si stanziarono mutarono i riti religiosi, infatti qualche lapide qua e la fu ritrovata in lingua araba.

E Otto Eck, in “La pirateria del mare mediterraneo e la guerra di corsa” scrisse nel 1943:” Grande sviluppo ha avuto la pirateria dal 500 in poi, soprattutto grazie alle rivalità politiche delle potenze europee, malgrado la chiesa sempre di nuovo avesse fatto sentire la sua voce ammonitrice. Rivalità tra gli stessi Stati Italiani, che ebbero a manifestarsi nella battaglia navale di Prevesa nel 1538.,

 

300px-Battle_of_Preveza_(1538)                                                                                                (da internet)

 

perduta per i cristiani per colpa provata e dimostrata di Andrea Doria, il quale si era lasciato sfuggire una vittoria certa. Avrebbe potuto battere Cheirredin Barbarossa, famoso per la presa di Capri nel 1525 e per il colpo di mano su Fondi nella notte dal 5 al 6 agosto 1534 per tentare di rapire la bellissima Giulia Gonzaga”. Ed ora tracciamo la vita di allora nelle nostre spiagge: Nel 1636, in un giorno di fiera i barbareschi piombarono su Messina e li s’insediarono per un breve periodo di tempo (circa una settimana), facendone il punto di partenza per numerose scorribande sulle coste calabresi, donde rapirono circa settecento persone d’ambo i sessi. Nel 1644 dalla Calabria e dalle Puglie trascinarono via oltre quattromila persone, questi sono soltanto alcuni dati. Le basi di partenza da cui arrivavano gli afro-turchi erano in quegli anni Biserta ed Algeri. Per cui il Mediterraneo si trovò in una fase di anarchia politica, fatto eccezione per l’Adriatico sorvegliato egregiamente dalla Serenissima. Questo stato di cose durava fino al 1830, in tale anno i Francesi occuparono Algeri e la cattiva pianta della pirateria barbaresca fu definitivamente sradicata. Vecchia ferocia che si riaffaccia anche oggi, la nostra è solo una difesa sacrosanta per cui ci dobbiamo difendere da questi attacchi, altro che colonialismo. E da Mons. G.B. Moscato in Saggi Critici del 1903 traiamo Reggio fu depredata per 4 giorni, in questa occasione fu incendiato il ricchissimo Archivio di Stato dove vi erano non meno di 54000 pergamene e la stessa sorte più o meno la subirono Cetraro, San Lucido e altri luoghi nel 1534, e dopo il castello nel 1536, e di nuovo Reggio nel 1543, Cariati nel 1544, La Scalea, Paolo e ancora S. Lucido nel 1552, Trebisacce nel 76, Catona nel 93, Reggio un’altra volta e 14 torri vicine, nel 94, 98 e 99, La Scalea ancora nel 1600.

Nel 901 d.C. Abus Abbas figlio del re D’Egitto saccheggiò Reggio e il territorio reggino cadde in suo potere, i Saraceni si fortificarono in Calanna, Sambatello, Fiumara di Muro e dalle parti d’Oltre Mesa, scompigliando il rito greco-cattolico, con la creazione di Moschee e la trasformazione delle chiese in moschee. I Saraceni spadroneggiavano e si collegarono tra l’altro con i saraceni residenti in Messina, concentrandosi e fortificandosi in Sambatello che era vicino alla Sicilia. Fecero scorrerie dappertutto e altri Saraceni provenienti dalla Sicilia, guidati prima da Olcbeco, poi da Saklabio e in ultimo da Albereco, valorosi capitani poco dopo la metà del X° Sec. Conquistarono Squillace, li formando una fiorente Colonia, le cui scorrerie arrivarono fino a tutto il Cosentino. Questo dominio Saraceno in Calabria durò fino al 960, quando i Greci li ricacciarono via liberando le nostre contrade. Fu allora che si ebbe una grande rifioritura del rito greco nelle chiese e nei monasteri.

E’ inimmaginabile il deperimento della Calabria creato dai Saraceni con gli incendi delle chiese, dei monasteri, delle città, dunque il rito greco riprese nel resto del Sec. X° fino alla fine dell’XI° Sec.

Dove maggiormente prosperò il rito Greco , fu nella parte australe di Reggio, dopo i Normanni, a causa della vicinanza della Grecia, i continui traffici con l’Oriente e il numero di monasteri basiliani che vi erano sorti . La maggior parte della popolazione ormai parlava la lingua Greca, in quel periodo le nostre marine erano deserte, corse da pirati e ladroni. Negli ultimi due decenni del secolo decimo sesto il rito greco cessò di esistere in tutti questi posti. La diocesi di Bova, lo conservò tenacemente fino agli ultimi anni del XVI° sec. E ancora oggi nella sua città e nei suoi casali gli abitanti sono bilingui conservano il greco arcaico antico. Alcuni centri lo conservarono più a lungo nella plaga orientale e australe di Reggio, S. Agata, Montebello, Pentedattilo, Motta S. Giovanni e S. Lorenzo ed era perciò detta la diocesi Greca. Nella città di Reggio dove vi era la Cattolica dei Greci, nel 1595 già si officiava in latino e non più in greco. E Vincenzo Pagano sull’ “Ordine Basiliano in Calabria” scriveva: ”che c’erano in Calabria un gran numero di monasteri di rito greco. Quando nel 733 iniziò la persecuzione degli iconoclasti contro i monaci ortodossi di Grecia, e dopo il 968, in cui il rito greco fu imposto da Costantinopoli alle chiese di Puglia e di Calabria, Rossano fu la Sede, il centro del grecismo orientale in Calabria. E a Pasqua del 1590 ricordava i basiliani che erano saliti alla cattedra di Geraci: Iacopo Abate di S. Filippo, Barlaamo di Seminara, Simone di Costantinopoli, e Atanasio Calceofitopolo, fatti vescovi di Geraci nel 1279, nel 1313, nel 1342, nel 1350 e nel 1461. Pietro Calabrico o Pietro Vitale di Pentedattilo, paesetto di nome greco, il quale fu monaco basiliano, abate da Grottaferrata e Frascati, e di poi Archimandrita di S. Salvatore a Messina, disputò acremente nel Concilio Fiorentino nel 1438 con Gregorio Ieromonaco, primicerio della chiesa Alessandrina e legato del suo patriarca, intorno al battesimo amministrato conforme al rito latino, perché le chiese di Calabria e di Sicilia erano state staccate dal Patriarcato romano del 733”.

Guarna scriveva che sotto il Dittereo Geronimo Cordova, laureato nell’Università di Roma, egli seppe operare ed essere persuasivo presso i sacerdoti, suoi compatrioti, che li indusse ad adottare il rito latino e Cotroneo sul finire del suo studio sul rito greco dopo avere tracciato tutto il panorama delle chiese in Calabria e di Reggio in particolare aggiunge che a Pentedattilo nel 1595 era protopapa D. Domenico Cardea, il quale optò sin da quell’anno al rito Latino, ma un’epigrafe collocata ad una parete della chiesa ci tramandò che il primo prelato che officiò in lingua latina fu D. Domenico Toscano, ma questi fu arciprete dal 1634 al 1672. L’epigrafe è datata 1655, in occasione di avere abbellita e ingrandita la chiesa, forse s’intendeva che esso fu il primo prete a officiare in latino dopo l’abbellimento della chiesa.

D. O. M.

D. Dominicus Toscanus Boven Primus Latini Ritus

Post Graecos Archipraesbiter

Hanc Matricem Ecclesiam

Divi Petri Principis Apostulorum

Oppidi Pentedattili

Auxit et Ornavit Anno D.ni 1655

 

Ed è il testo di una lapide fortunatamente restituita dal tempo, posta nella chiesa di S. Pietro e Paolo di Pentedattilo, infissa sulla parete a destra entrando dal titolare arciprete del tempo, D. Domenico Toscano, il quale ci fa sapere cosi la fine del rito Greco a Pentedattilo e il principio di quello latino. E quindi: Don Domenico Toscano, bovense, primo arciprete di rito latino dopo quello greco, questa chiesa matrice, dedicata al principe degli apostoli S. Pietro in Pentedattilo, ingrandì ed ornò nell’anno del Signore 1655.

E continuando a Montebello il rito greco è durato fin quasi al 1630, e a S. Lorenzo sino al primo decennio del XVI° sec., mentre a S. Agata si chiude l’era grecanica verso il 1610, e a Bova nonostante il vescovo Giulio Staurieno, cipriota, optato al rito latino nel 1573 la liturgia greca si conservò fino alla metà del XVII° sec. Vi è un certo divario di date tra il Cotroneo e il Guarna. In realtà bisogna dare a queste date un valore puramente formale perché il passaggio da una lingua all’altra fu del tutto graduale. In ogni caso la fine del rito Greco iniziato con la politica Normanna si prolungò fino ai primi decenni del 600, rito greco non più Bizantino, ma cattolico romano.

A Montebello, Pentidattilo e paesi vicini fino a tutto il sec. XVI° si officiò in greco, in Bova con bolla di Gregorio XIII°, del 14 marzo 1574 fu abrogato il rito, nei borghi montani durò molto più a lungo fino alla prima metà del Seicento. Tutto ciò appare nel Sinodo del Vescovo di Bova, Mons. Antonio Stabile, A S. Lorenzo cessò nel 1628 a S. Agata si mantenne fino al 1630 a Cardeto e località vicine era cessato nel 1619, mentre a Motta S. Giovanni continuò fino a tutto il Sec. XVII°, a Montebello fini il 1638 e a Pentedattilo il 1636.

Come vivevano in quel tempo i Reggini? Questo ce lo chiarisce il Morabito:” L’occupazione principale degli abitanti della città era l’agricoltura, la coltivazione della vite e l’allevamento degli animali domestici, questi alimentavano le due fiere che si tenevano due volte l’anno. Non vi erano negozi ricolmi di mercanzie né scambi di merci e di prodotti naturali. Vi erano però gli artieri che erano tra i migliori, erano i cosiddetti “Giudei” e dice in proposito il Morabito:” Gli Ebrei avevano le industrie più razionali e sviluppate, loro erano stabiliti nella Giudecca della città., lavoravano e tingevano la seta, ed avevano una tipografia. Nel 1475 fu stampato il commento di Salomone Isaacide sul Pentateuco, per opera del tipografo Abramo di Isacco Garton. Certamente questa tipografia non si sarà limitata alla stampa di un solo libro, molti di essi si trasferirono a Reggio dopo la chiusura della tipografia di Subiaco. Gli Ebrei apportarono un benessere economico e commerciale alla città e godevano di un trattamento non inferiore a quello dei cittadini.

Gli ebrei si distinsero in un’altra attività l’allevamento del baco da seta e in concomitanza con questo si ebbe l’importazione del gelso, la loro seta fu così eccellente, con le tinte cangianti dell’indaco e del rosa, che fu richiesta in tutto il continente europeo e oltre.

Gli Ebrei si erano insediati a Reggio da pochi anni e furono relegati nell’antico rione che da essi prese il nome di Giudecca, anche se gli fu interdetto ogni pubblico Ufficio come l’accesso ad alcuni istituti scolastici., loro per salvarsi fecero di tutto per rendersi utili, era gente che aveva perduto la patria e aveva conosciuto privazioni e persecuzioni,. Molti di loro provenivano dalla Spagna, infatti con l’editto del 31 marzo 1492. Fernando e Isabella avevano espulso tutti gli ebrei dai domini delle corone di Aragona e di Castilla.

 

decreto espulsione degli ebrei dalla spagna       espulsione degli ebrei dalla spagna

 

(editto espulsione ebrei dalla Spagna, da internet)

 

Questo editto dava agli ebrei dei tempi brevissimi, essi dovevano partire entro tre mesi, qualunque fosse la loro condizione e la loro età. Chiunque di essi ritornava rischiava la pena di morte e la confisca dei beni e confisca dei beni anche ai cristiani che dopo quella data aiutavano gli Ebrei a nascondersi. Un numero enorme di Ebrei si mise in moto, forse all’incirca 500.000. Chi si voleva salvare si doveva convertire e questi furono pochi e dovettero subire l’inquisizione spagnola che fu la pagina nera della storia della chiesa. Loro a Reggio si misero subito all’opera, parteciparono a innalzare opere di difesa a rimodernare le torri e a rinnovare i muri per opporsi alla ferocia dei barbari e alle loro armi. Nel 1426 Reggio da 1300 fuochi si era ridotta a circa 200 e ciò era causato dai continui attacchi specialmente notturni delle orde di Turchi e afro-barbari. Per cui Gli ebrei aiutarono molto i Reggini a migliorare le proprie difese, castelli, mura , capisaldi venivano fortificati e presieduti dalla migliore gioventù. Vennero create le prime stamperie e famosa divenne l’editoria ebraica, con i testi più importanti della Sacra scrittura.

Fu in questo contesto che la Repubblica di Genova e quella di Lucca congiurarono apertamente presso l’autorità spagnuola contro gli Ebrei, avendo lo smercio della seta reggina creato problemi ai loro interessi, fin quando d’accordo col Viceré De Cardona, ottennero dal Re un Decreto di espulsione da tutte le Calabriae perché tiranneggiavano, essi andarono via il 25 luglio del 1511, mossi da pene severe in caso contrario. Tutto questo avvantaggiò i turchi che irruppero di nuovo nella città, ormai indifesa. E il Mandalari:” Naturale che distrutta tutta la città dai terremoti del 1509 e banditi i Giudei, la popolazione si assottigliò e le forze cittadine scemarono venendo meno il sussidio di braccia e di denaro degli Ebrei per cui le porte si aprirono al nemico. Popolo infinitamente grande e sventurato, che diede i natali a due libri famosissimi nel mondo quello che ci svelò il messia figlio dell’uomo e Maria di Nazareth. Gli Ebrei scacciati si rifugiarono con una sosta momentanea in Sicilia e dopo in Toscana e in Roma. L’autorità del Pontefice Romano fu restituita alla Calabria nel Sec. XI° da parte dei Normanni quando scacciarono via i Greci. Venne ripristinato in Sicilia e in Calabria il rito latino-gallico venendo essi dalla Gallia o Francia. Il rito greco fu quindi turbato per due secoli dalle scorrerie barbaresche e fiorì dappertutto con a capo il vigile custode nella persona del Metropolita Reggino.

Compiutasi, quindi, nel corso del Sec. XI° la conquista della Calabria dai Normanni,, e fu premura di Roberto Guiscardo e del Conte Ruggero di ripristinare ovunque il rito latino, senza troppo urtare la suscettibilità dei sudditi, varia si presenta, quindi, la sorte subita dal rito greco dal Sec. XI° fino a tutto il Sec. XVI°, quando esso scomparve, lasciando soltanto tracce luminosissime di sé e della sua antica gloria. Il rito greco dall’VIII° all’XI° Sec., fu praticato in ogni parte della Calabria, nei monasteri nelle Cattedrali nelle chiese delle città Borghi, villaggi aiutato anche dal fatto che in molti luoghi l’idioma greco si mescolava col natio, questa situazione si modifico nel periodo dall’XI° al XVI° sec. Per cui con la dominazione Normanna, indi Sveva, Angioina,, Aragonese e Spagnuola il latino prese il sopravvento in molti punti mentre in altri si mantenne per secoli e secoli ancora. Il rito latino fu ripristinato dopo il’’I° sec. nelle cattedrali e diocesi. Quindi tirando una linea immaginaria, dalla parte settentrionale di Reggio fino all’Aspromonte Appenninico, al fiume Savuto, e dagli scogli di Scilla al golfo Lametino, o di S. Eufemia, li si incontrano sempre col rito latino le diocesi di Mileto e di Nicastro, di Nicotera , Tropea e Oppido Mamertina. Sopra le rovine di altre due Diocesi, Vibona e Taureana, distrutte dai Saraceni, vi è Mileto dove ebbe sua nobile corte il Conte Ruggero. Oltre a Vibona e Taureana patì molto i Saraceni Nicotera che non poté’ sopravvivere a Diocesi e fu unita a Reggio. Dalla quale Bonifacio IX° nel 1392, con Bolla del 30 agosto ritorsela, e costituì nuovamente autonoma, e solo a Reggio suffraganea.

Il Rito greco si usò anche a Motta San Giovanni, Montebello, Pentedattilo, San Lorenzo, ultimo paese della diocesi regina confinante con la diocesi di Bova. Nel periodi di cui stiamo parlando le nostre spiagge, erano invase a periodi da pirati e

ladroni, per cui le spiagge e i terreni vicini erano deserte senza gente che li popolava. La diocesi di Bova conservò fino agli ultimi anni del XVI° sec. Il rito greco e i propri abitanti , antico vanto, sono bilingue infatti riescono a parlare il dialetto greco e quello del natio italico dialetto. Anche a Gerace avvenne la stessa cosa e qui rifulse grazie al celebre Barlam o Barlaamo

barlaam1                                                                                          (Barlaam da internet)

vescovo maestro di Francesco Petrarca e del Boccaccio. Da questo momento in poi è un decadere di questo glorioso rito fino alla sua totale estinzione. Il rito greco cessò così a Bova nel 1573. A S. Agata, nel 1610. A Cardeto poco dopo il 1600. A Montebello verso il 1630. A S. Lorenzo nel 1600. A Pentedattilo all’incirca nel 1595.

E’ utile al fine di questo lavoro ricordare l’insediamento ebraico di Bova Marina e i ritrovamenti che sono stati qui fatti e mi riferisco al pavimento della Sinagoga ebraica un insediamento del 4° sec d. C. in uno degli ambienti, vicini a questo pavimento è stato trovato un recipiente d’argilla con migliaia di monete che sicuramente erano offerte dai devoti, a monte della Sinagoga vi sono delle tombe, nello stesso posto s’intrecciano varie civiltà infatti accanto alla Sinagoga ebraica un poco più lontano vi sono i resti di antiche mura romane, degli ebrei a Reggio Cal abbiamo già scritto

I primissimi avventurieri Normanni, arrivarono in Italia in veste di pellegrini, a partire dalla seconda metà del secolo X. Forse giunsero in qualche porto del mezzogiorno, stazione di transito verso il Santo Sepolcro. All’inizio alcuni di essi si offersero quali mercenari contro i Greci (1009) a un funzionario ribelle del Governo Bizantino, tale Melo di Bari. Coraggiosi , intelligenti , scaltri essi ebbero le prime vittorie che gli fruttarono alcune terre. Un loro capo Rodolfo Grengot conquistò la Contea di Aversa nel 1030 e questo fu il primo feudo normanno in Italia. Il secondo fu la Contea di Melfi nel 1042 da parte dei discendenti di Tancredi d’Hauteville.

K393CAA4YXMRCAWR0F07CAALMTFGCAQAYYYBCAF0H160CA3J4BQPCAAHHHHDCA6GXZ3MCACFJNA4CA2V1315CAUEDRXZCAPYWPLICADSQZAPCA4TC0nvegno gli ebrei a reggio e a bova                                              (foto di un recente convegno a RC sugli ebrei di Reggio e Bova)

 

 

Melito P.S., li 24.2.12

 

daniele dattola

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