Il Sito di Daniele Dattola

STORIE DEI LUOGHI

PERIPLON – PERIPOLI

 

 

Questo antico piccolo centro fortificato, godeva di autonomia politica e batteva moneta propria,  poche sono le fonti storiche che lo descrivono e in merito alla sua posizione molte sono le incertezze. Una cosa è certa era posto a cavallo tra la repubblica di Locri e quella di Reggio, per cui durante le invasioni ora dell’uno ora dell’altro, gli eserciti,  dovevano per forza di cose attraversare e conquistare questo territorio.  Nel libro III c. 99 Tucidide riferisce che la flotta Ateniese, guidata da Lachete, nel 426 a C. occupò Peripoli, (posta sulla riva sinistra dell’Alece), riconquistata dopo dai Locresi e  successivamente persa. Queste continue incursioni costrinsero i suoi abitanti a spostarsi in un luogo più all’interno. (Bova ?).

 

 

        (Fiumara  Alece oggi dell’Amendolea, in alto a dx Bova in direzione della fiumara a sn Amendolea con il castello)

 

 

Il Barrio e altri autori identificano Peripoli nell’attuale Amendolea , e  descrivono Perypolis come  un centro posto presso il fiume Alece, in posizione elevata, distante dal mare 4000 passi.

 

 

                  (Fiume Alece una volta navigabile)                                                                (Mura castello dell’Amendolea )

 

 

 

   

          ( Chiesa dell’Assunta ancora visibili affreschi)                                        (Ruderi del Castello dell’Amendolea)

 

 

Altri identificano Peripoli presso S. Carlo, paese che ha una piccola fortezza, a sinistra del torrente Amendolea, confinante con il torrente, era un punto di controllo del traffico navale?.

 

 

  

                                  (Fortezza S. Carlo)                                                                                (Fortezza S. Carlo)

 

 

 

Strabone descrive: “vi scorre il fiume Alece (Alice), copioso di trote e d’anguille, che divide Locri da Reggio. Esso scende per una valle profonda;……e dista 4.000 passi dal mare, vi è il paese di Amygdalia, un tempo detta “Peripoli”; costruita in un luogo elevato e per natura sufficientemente difeso; con lini, formaggi, e miele ottimo, ….In quell’agro vi sono i villaggi di Rigudum, Arocha, et Gallicum….”.

 

 

             Imm. 228 (28)   Imm. 228 (4)

             ( Fiumara Amendolea e paese Roghudi)                                ( “I Caddareddi” in località Roghudi)

 

 

Strabone dice che  Peripoli corrispondeva  ad Amigdalà  di Bova Marina. Peripoli era situata tra i territori della Magna Grecia che costituivano le due Repubbliche , Reggio
e Locri, esso era un piccolo stato neutro, che confinava ad Ovest con l’Haleki e ad est con il Kaikinos. Anche il Bertone Misiano asserisce che Peripoli si trova nel sito Amigdalà in Bova Marina  e che i suoi confini erano l’Alece ad ovest e il Kaicino  (torrente di Palizzi) ad est.

 

 

                                                                                               ( Golfo Bova Marina )

 

 

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PALIZZI

Posto alle falde dell’Aspromonte, sul versante jonico Meridionale, appartiene all’area grecanica, lo raggiungiamo dopo essere stati a Pentedattilo, Bagaladi e alla valle dell’Amedolea, partendo da Melito arriviamo a Palizzi Marina, (circa 2.000 abitanti).

Immagine 107 INCROCIO PALIZZI SUPERIORE

                                                       (Via Nazionale, incrocio strada per Palizzi e Pietropennata)

 

Paese nato intorno al 1770, una volte finite le incursioni saracene. conosciuto fin dall’antichità (periodo magno greco per il suo porto, Strabone lo citò come un comodissimo punto di approdo, qui le navi si fermavano per il rifornimento di legna acqua e viveri. Ebbe enorme importanza nel periodo magnogreco. Venne ricostruito in età romana, interrato nell’800 per permettere il passaggio della ferrovia.

Immagine 108 LUNGOMARE PALIZZI MARINAImmagine 111 SPIAGGIA LUNGOMARE OPERE DI RIPASCIMENTO

(Lungomare Palizzi M.na e spiaggia)

 

Mentre la frazione  di Spropoli era un avamposto strategico. Palizzi Marina come tutti i paesi di mare, ha 5 km. di spiaggia, una vocazione turistica con un bel lungomare,

 

Immagine 122 PARTICOLARE LUNGOMARE PALIZZI M                                                                            (Particolare Lungomare Palizzi M.na)

 

il borgo marinaro, il mare  molto pescoso, da qui, in pochi minuti, si arriva a Capo Spartivento, uno dei posti più pescosi della Calabria, In questo paese si pratica la pesca e molti si sono dedicati a questa attività,

 

Immagine 098 SPIAGGIA E BARCHEImmagine 097 SPIAGGIA E BARCHE 3

 

importante è anche l’agricoltura, rinomato il vino di “Palizzi”di colore rosso intenso, di grado alcolico dai 13 ai 15° ideale per accompagnare piatti forti, a base di carni rosse e cacciagione, si vendemmia a settembre ed è prodotto da vitigni di alicante, malvasia nera e nerello calabrese.
Palizzi ricomprende le frazioni di Pietropennata (circa 150 abitanti).

HPIM1065 PIETROPENNATA                                                                                  (Pietropennata)

 

e Spropoli (circa 250 abitanti).  Che deriva da “Propilei” cioè era un avamposto delle guardie di frontiera.

 

Immagine 081 FRAZIONE SPROPOLI 3Immagine 083 FRAZIONE SPROPOLI

(Spropoli – Via Nazionale)

 

Immagine 094 OPERE PROTEZIONE SPIAGGIA  Immagine 086 PARTICOLARE COSTA

(Spiaggia Palizzi – località Spropoli)

 

Immagine 089 PARTICOLARE MARE 20Immagine 092 SPIAGGIA  11

(Località Spropoli – Particolare battigia)

 

Salendo verso l’alto dopo avere imboccato il sotto indicato incrocio

Immagine 124 INCROCIO STRADA NAZIONALE PALIZZI SUP E PIETROPENNATA                                                                   (Incrocio Via Nazionale-Palizzi, Pietropennata)

 

si arriva a Palizzi, (circa 380 abitanti), paese posto su un picco collinare roccioso.

Immagine 012 PANORAMA PALIZZI DA LONTANO                                                                    (Palazzi Sup. e il castello visto da lontano)

 

C’incamminiamo lungo il paese che ha l’aspetto di un borgo medievale.

Immagine 016 panorama caseImmagine 055 particolare case 2

(Particolare Case Palizzi  Sup.)

 

 Come tutti i paesi della costa Jonica sulle origini ci sono varie teorie, si sostiene che fa parte delle sette città  fondate dai Calcidesi, nell’VIII° sec. a.C. la fonte è di Aristotile. Il gesuita Cesare de Cara scrisse che queste terre furono occupate dagli Hethei, Pelagi che erano arrivati dalla lontana Mesopotamia e che occuparono le isole dell’Egeo, la Grecia e l’Italia Meridionale. Essi  importarono anche le loro abitudini e conoscenze, il credo religioso, la lavorazione dell’argilla. Nell’età medievale, durante il periodo svevo, faceva parte dei possedimenti del vescovo di Bova, periodo che durò fino al 1200. Il centro è sorto come tutti questi centri intorno al 1000. Prima del 1451 vi era in questo territorio la presenza dei monaci basiliani che fondarono alcuni monasteri. Dopo il  1451 ci sono dei documenti che indicano che  risulta feudatario Geronimo Ruffo feudatario di Brancaleone e Palizzi, essi rimasero proprietari del feudo fino al 1504. Dopo fu posseduto dai d’Aragona de Ayerbe fino al 1580, dai principi Colonna fino al 1654, e dopo dagli  Arduino che la tennero per circa un secolo, ottenendo nel 1662 il titolo di Principe. Dopo il tragico terremoto del 1783 fu acquistato dai De Blasio che ottennero il titolo di barone e che dopo la cessazione dei feudi del 1806 rimasero proprietari fino ad oggi del castello posto in cima al paese, una costruzione imponente con tetti circolari e quadrati, con resti di mura spalti etc.. I francesi disposero durante l’ordinamento amministrativo 1811 che Palizzi fosse sotto la giurisdizione del comune di Staiti.

 

HPIM1061 PALIZZI VISTO DA PIETROPENNATA 4

(Palizzi visto da Pietropennata)

 

Da visitare:
La Chiesa parrocchiale di Sant’Anna (Matrice)del 1600 con una bellissima cupola di origine bizantina, e una magnifica statua marmorea, di enorme pregio, di Sant’Anna  con la Madonna in braccio del 1500-1600, attribuita al Gagini. Questa chiesa fu sede protopapale.

 

057 chiesa centrale

 

 

                                                    (Chiesa Matrice di S. Anna con cupola Bizantina vista da dietro)

 

Le case sembrano aggrappate alla rupe dove sovrasta l’antico castello.

Immagine 017 panorama palizzi

(Come si presenta il Paese di Palizzi all’arrivo)

 

 

                                  (Paese e castello di Palizzi visto dall’alto-strada verso il borgo di Pietropennata)

 

Palizzi ha una  frazione Pietropennata, posta a 950 mt sul livello del mare, prima dell’arrivo alla frazione vi è una chiesa, della Madonna del Carmine.

 

HPIM1028 INCROCIO PER PIETROPENNATA PARTICOLARE CHIESA

 

HPIM1029 PARTICOLARE CHIESAHPIM1030 PARTICOLARE CAMPANILE

(Chiesa della Madonna del Carmine)

 

La Chiesa della Madonna del Carmine si trova in località Carmine venne fondata prima del 1573 data in cui il vescovo Giulio Straviano istituì il rito latino. Con bolla papale del 1903 è stato stabilito che chi prega, si confessa e fa la comunione in questa chiesa il 15 e 16 luglio di ogni anno ottiene l’indulgenza plenaria.

 Ancora più su la frazione Pietropennata, posta a 950 mt sul livello del mare, vi e’ la chiesa parrocchiale

Santa Maria di Alica si trova nelle campagne della frazione di Pietropennata, sono i ruderi di un vecchio monastero basiliano, con la statua proveniente da questo. La statua della Madonna e a mezzo busto risale al 1400 ed è stata attribuita al Gagini. Essa si presenta anche con due corone di argento con lamine sbalzate fu donata dai monaci francescani di Bovalino nel 1655 ora conservata nella chiesa dello Spirito Santo.

Chiesa dello Spirito Santo presso Pietropennata esiste dal 1887, è conservata in questa chiesa la statua di S. Maria di Alica, con tre campane datate 1098, 1161, e 1163.

L’ex chiesa di San Sebastiano governata nel passato da una confraternita laicale funzionò fino al 1840, dopo venne chiusa al culto e ripristinata grazie all’arciprete De Angelis che riusci ad evitare la distruzione dell’edificio, oggi è sede di un’associazione musicale.

Chiesa del Santissimo Redentore sorge a Palizzi Marina fu costrutia nel 1934 su richiesta della popolazione di questo centro e su concessione del Vescovo di Bova, sull’altare la statua del Santissimo Redentore e in fondo alla navata destra la statua in cartapesta della Pietà.

Chiesa di S. Francesco di Paola sorta nel 1810 a Palizzi Marina voluta dal sacerdote Antonio Nesci, e fatta costruire al nipote dello stesso. Nel 1992 fu donata dai fratelli Domenico, Antonio e maria nesci Trapani Lombardo all’arcivescovado Bova-Reggio. Al centro della facciata un medaglione in ceramica che rappresenta la madonna con bambino.

 

Il Castello Non si hanno notizie certe sulla data di costruzione, ma all’entrata dello stesso è scritto in latino che nel 1580, perché cadente venne restaurato dalla famiglia Colonna e dopo nel 1866 dal Barone Tiberio de Blasio.

 

                                                                           (Particolare del castello)

 

Nel 1751 il castello era cinto da muri con due torrioni, oggi il castello non versa in buone condizioni, sono ancora visibili i muri perimetrali parte delle mura di cinta  e una torretta addossata alle pareti laterali. Il castello ha necessità di urgenti restauri

Immagine 014 CASTELLO PALIZZI

 

 

Immagine 023 CASTELLO PALIZZI 6Immagine 028 STEMMA E PARTICOLARE FERITORIE CASTELLO

 

Immagine 025 PARTICOLARE ANGOLO ANTERIOREImmagine 026 PARTICOLARI MURA CASTELLO 4

 

 

Immagine 027 PARTICOLARE MURA 2                       Immagine 029 PARTICOLARE ENTRATA CASTELLO

Immagine 030 PARTICOLARE TORRE CASTELLO 2      Immagine 032 TORRE CASTELLO

(Particolare torre del castello)

 

Torre Mozza è un rudere collocato su una collina, serviva per l’avvistamento durante l’epoca normanna, a forma quadrangolare.

 

Immagine 103 RUDERE TORRE AVVISTAM.

 

 

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BRUZZANO ZEFFIRIO

Anche questa volta per il sito www.dattola.com ci rechiamo in un importante paese dell’area della Locride, distante da Reggio Calabria circa 70 km. Bruzzano Zeffirio, posto a circa 90 metri sul livello del mare e confinante con i territori di  Brancaleone, Staiti, Ferruzano, Bianco, Africo Vecchio e il mare Jonio. Si raggiunge percorrendo la statale 106, dopo aver superato Brancaleone, e subito dopo la fiumara Bruzzano imboccando il bivio per Bruzzano.

 

Immagine 001                                                                                (Strada per Bruzzano)

 

Si sale verso l’alto percorrendo quella magnifica vallata che abbiamo già percorso quando abbiamo visitato la chiesa di Tridetti. Preciso che non mi occuperò molto, in questo servizio, dei centri nuovi, ma della parte più vecchia che è la parte più suggestiva e meravigliosa per fare conoscere  ai giovani e non, la storia e i meravigliosi posti della vecchia Bruzzano e Motticella, tramite il sito www.dattola.com
Le teorie sulla fondazione, di questi antichi centri sono tante, però quella più attendibile è la prima, che il nome derivi dagli antichi Bruzi, l’altra che si rifà, alla solita, dei greci che nell’VIII° e VII° sec. a.C., spinti dal vento zeffiro, sbarcarono nell’attuale Capo Bruzzano o Promontorium Brettium o Zephirium Promontorium fondando qui una prima comunità che una volta aumentata si divise in due, una spingendosi lungo  la costa, fondò prima “Locri Zeffiria” in località Palazzi di Bianco e dopo , “Locri Epizefiri”, l’altra all’interno dove si sviluppo la vecchia Bruzzano sulla rocca Armenia (Importante punto di avvistamento), luogo che divenne ben fortificato per combattere le invasioni barbariche,

 

 

Immagine 003                                                                (Rocca Armenia e castello visto da lontano)

 

 essa fu espugnata dai Saraceni, che si stabilirono in quel posto per un lungo periodo. La verità sembra sia che Bruzzano fu l’ultimo rifugio dei Bruzi e che i Locresi sbarcando a Capo Bruzzano nell’VIII sec a. C. colonizzarono questi territori, infatti molti scrittori (storici)  la chiamavano Bruzio, Brutiano o Bruciano, Bruzzano.
Continuando a salire si arriva in un bivio da dove se si continua si giunge  all’attuale Motticella, mentre girando a destra come indica il cartello si va verso la rocca Armenia,

 

Immagine 009

 

A sinistra verso Motticella

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                                                                                                                                                ( Motticella)

 

 

Rocca Armenia è un posto veramente suggestivo cosi come potete vedere in queste fotografie

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e qui in cima alla rocca si trova il castello

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e accanto nella parte bassa l’antico borgo di Bruzzano Vetere, con il famoso arco di trionfo dei Caraffa eretto in onore di questa nobile famiglia.

 

 

Immagine 116Immagine 115

 

 

Immagine 214

 

Da qui si arriva anche alle acque sorgive sulfuree dell’acqua Munda e ai resti del convento  Basiliani di S. Fantino, qui i monaci  Basiliani curavano le ferite con quest’acqua che aveva rinomate proprietà organolettiche. I monaci avevano ricavato nella roccia una vasca, dove gocciola tutt’oggi un’acqua sulfurea.

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                                                                                       (Vasca acqua sulfurea)

 Grazie ai Fondi POR oggi questa zona si presenta in modo diverso rispetto a tutte quelle che abbiamo visitato, andiamo per ordine, prima un po’ di storia.
Il paese, fu espugnato dai Saraceni nel 905, comprendeva anche il casale di Motticella (Motta Bruzzano o Motticella) si sviluppò sulla rocca Armenia e nel 1278 era chiamato Bruzzano Vetere, fu feudo di Giovanni Brayda e dopo del Marchese Busca. Fu acquistato dai Ruffo nel XIV° secolo e passò nel XV° sec. al Marchese di Crotone Antonio Centelles. Alla fine del 400 fu acquistato da Tommaso Marullo e dopo da Federico Stayti D’Aragona che la vendette nel 1592, al marchese di Grotteria Don Pietro De Aragona d’Ayerbe, che la tenne fino al 1597, anno in cui il figlio la cedette di nuovo a Stayti. Successivamente il feudo fu posseduto dai Caraffa che lo tennero a lungo, nel 1621 divennero Duchi. Essi mantennero il feudo fino al 1806 data di eversione della feudalità, divenendo Comune nel 1811. Il terremoto del 1783 procurò gravi danni a questo centro del 1908 distrusse il centro che si spostò in un posto vicino. Nel 1863 quando ancora si chiamava solo Bruzzano, assunse il nome di Bruzzano Zeffirio

 

BRUZZANO VECCHIO

Di questo centro sono rimasti i ruderi, della vecchia chiesa etc. e il Comune ha costruito al centro del paese un piccolo anfiteatro, cosi come si vede nelle foto,

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MELITO DI PORTO SALVO

 

Profilo Geografico

 

Senza titolo-1CARTINA MELITO

 

 

Melito è un’importante cittadina, che fa parte della provincia di Reggio Calabria, conta circa 11.000 abitanti,  il suo territorio degrada dalle pendici dell’Aspromonte (781 mt.) fino al  mare Jonio e dista 30 km. da Reggio Calabria

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Le sue coste sono lunghe circa 6 km. Notevoli sono le  albe luminose che si affacciano fino a Capo Bova, Palizzi e Spartivento i tramonti spettacolari che vedono scendere il sole sull’Etna fumante.

etna in eruzione tramontotramonto ETNA IN ERUZIONE

 

Variegati sono i paesaggi  che vanno da un territorio con caratteristiche collinare mandorli,uliveti, fichi d’India e la splendida ginestra,

GINESTRAFICHI D'INDIA

 

a un mare azzurro e limpido, non parliamo delle spiagge sabbiose

BARCA AL SECCO SULLA SPIAGGIABELLISSIMA FOTO DI BARCHE DAVANTI L'ETNA

FOTO SPIAGGIA PORTO SALINE   OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

e delle coste piene di agrumeti (bergamotto), con il caratteristico odore della zagara, e le bianche fiumare che lo attraversano.

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Immagine 418 MELITO DI NOTTEImmagine 411 MELITO DI NOTTE

 

Fa parte di Melito, Il borgo di Pentedattilo, con la sua storia;

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Le sue frazioni, i profumi della zagara, i  magnifici lidi sul mare, fanno si che Melito è una cittadina che va visitata a cui i turisti non possono sottrarsi per trascorrere una lieta vacanza.

UN PO’ DI STORIA

Mi rifiuto di scrivere che Melito ha un origine greca e dopo romana, si sa che il mare jonio su cui si affaccia Melito, fa parte del Mediterraneo (mare in mezzo alla terra). Gli antichi popoli del mare, costituiti da razze diverse, provenienti da diversi continenti lo attraversarono, favorendo la nascita di antichi nuclei: Gli Opici, I Pelagi, Gli Iberi, I Magnogreci, I Romani e cosi via. Molta influenza esercitò l’Egitto, già presente nel 3000 a.C. nel Mediterraneo, a causa dell’invasione dell’Egitto da parte di una tribù di Hycsos, due grandi tribù di Butani del Basso Delta e Bink del Sudan emigrarono sulla costa jonica in un posto che fu chiamato vuà (Bova) i butani adoravano una grande divinità Vutò, che aveva la forma di toro e parlavano una lingua simile al greco arcaico. Mentre in altri posti della Calabria si insediarono in questo stesso periodo altri popoli che furono detti Opici, in quanto il primo luogo che abitarono era detto Opicia (Butani e Bink ; Reseniti; Acri; Vudinoi; Driopi; Choni), e così via.
Sulla costa Jonica ormai è arcinoto che è stato rintracciato materiale archeologico che va dal paleolitico arcaico (un milione di anni fa) all’età del ferro (VIII°-VII° sec- a.C., ma quello più notevole è il materiale neolitico, che ha messo in risalto grazie al lavoro del prof. Robb e di altri illustri professori universitari internazionali, ritrovamenti preellenici molto precedenti al periodo della Magna Grecia, capanne ricoperte di rami e con intonaco il fango, cuspidi di frecce di ossidiana (materiale caratteristico di Lipari) e silicee, asce e una particolare serie di vasi e
terrecotte con disegni geometrici, di colore bruno, trovati per la prima volta a Stentinello di Siracusa e perciò appartenenti ad una civiltà che risale da 8000 a 6000 anni a.C. per documentare e confermare quanto ho detto prima ecco uno dei tanti articoli Comparsi sui giornali locali e mi riferisco alla Gazzetta del Sud del 22 luglio 2003. Autore Pietro Gaeta:
“Dalla Gazzetta del Sud del 22 luglio 2003 art. di Pietro Gaeta
Archeologi anglosassoni stanno eseguendo importanti scavi
Il Tesoro di Bova
Un Prof. Di Cambridge guida le ricerche
Reggio – Trenta giovani archeologi inglesi, americani, canadesi, guidati da John Robb, professore della prestigiosa Università di Cambridge, scavano nel territorio di Bova dal 1997. E i risultati sono straordinari: la presenza dell’uomo nella provincia di Reggio si retrodata all’epoca del Paleolitico (700.000 anni prima di Cristo!) Sebastiano Stranges, ispettore onorario della Sovrintendenza, e la sua equipe, da un ventennio hanno portato alla scoperta di centinaia di siti archeologici tra Pellaio e brancaleone e particolare rilievo hanno avuto i siti preistorici, praticamente sconosciuti nella letteratura internazionale. Fin dalla prime ricognizioni era emerso il ruolo di grande rilievo nella zona tra Saline e Bova che aveva già fatto parlare di una capitale neolitica nella Calabria meridionale. Il risultato di queste ricerche ha attirato archeologi internazionali che hanno deciso di investire denaro e tempo nella scoperta della preistoria nella nostra provincia. I due siti indagati sono Umbro e Penitenzeria (entrambi nel Comune di Bova), dopo che le segnalazioni di Stranges furono confermate scientificamente dal prof. Santo Tinè ( Il più grande archeologo preistorico italiano) che fu coadiuvato dal prof. Daniele Castrizio-, dove furono trovate alcune capanne neolitiche e uan ricchezza enorme di ceramica “stentinelliana” con motivi e decorazioni inedite”. Dopo i primi saggi le ricerche si sono appuntate nel sito di Penitenzeria che era il villaggio più importante dell’intera costa meridionale, la “capitale” della  tribù Ausonia che si era insediata nella zona. “ I sistemi di scavi sono i più moderni – spiega il Prof. Castrizio- una vera lezione per l’archeologia locale. Usano la flottazione e il sistematico setacciamento della terra di scavo su cui intervengono i paleobotanici e i paleontologi. In Calabria, per la prima volta, è stato usato il sistema di datazione del radiocarbonio. Grazie a questi metodi innovativi, lo scavo ci restituisce non solo cocci e pietre, ma la vera storia dei nostri antenati. Sappiamo dove e come abitavano, cosa mangiavano e come distribuivano il territorio. Lo studio dei motivi ornamentali sulla ceramica ci restituisce anche la loro identità culturale: ogni tribù aveva i propri decori, come i clan scozzesi hanno i loro colori che li identificano. Sappiamo anche che avevano un commercio: prendevano e esportavano l’ossidiana dalla isole Lipari, importavano le pietre dalla Sila per le proprie asce, arrivavano vasi e forse anche uomini dalla Grecia e dall’Africa”. Quest’anno è cominciato anche uno scavo di case fortificate greche per lo sfruttamento agricolo e il controllo del confine tra Reggio e Locri (IV sec. A. C.). I villagi indigeni, probabilmente sotto la spinta dei Greci, furono abbandonati e il territorio subì una radicale trasformazione e reinterpretazione commerciale ed economica. “L’importanza di questi scavi – aggiunge Castrizio – è fondamentale per lo sfruttamento turistico del nostro patrimonio archeologico e rappresentano un vero e proprio esempio da seguire. Gli scavi  sono costantemente aggiornati su internet, i materiali vengono velocemente pubblicati e messi a disposizione della comunità scientifica, specialisti stranieri vengono chiamati per risolvere i problemi della ricerca. Lo scavo di Umbro è molto famoso in Inghilterra ed è stato ripreso da riviste specializzate. Ma la cosa importante da comprendere è che questo sito ci ha consentito di saperne di più sui nostri antenati e poi, cosa ancora più straordinaria, che è semplicemente uno dei tanti che si possono scavare sulla costa reggina”. Sebastiano Stranges, dunque, è un esempio di chi, rimettendoci, sempre del proprio, ha vinto le iniziali resistenze degli esperti e non si è mai arreso all’assenza di fondi. “E se altri avessero agito come lui – conferma Castrizio-, certamente il nostro turismo culturale avrebbe avuto ben altre frecce al suo arco”. ……L’Aspromonte, sotto le grandi pietre (Pentadattilo, Pietra Cappa, Pietra di Febo…), cela ancora villaggi di straordinaria grandezza e ricchezza. Saline, in particolare, negli studi di Stranges e Robb, sembra essere una vera e propria capitale del neolitico con una serie straordinaria, per quantità e qualità di rinvenimenti……”

dopo vennero i Greci Calcidesi e il territorio di Melito era integrato al territorio di Reggio Calabria e quindi sua colonia. Molti sono i reperti relativi al periodo della Magna Grecia.  Ai Greci subentrarono i Romani . Si sa con quale cura, i Romani tenevano le strade militari, ed una di queste era la via che circuiva il litorale, Costantina-Licina. Nel 1774, a Melito, “scavandovi delle fosse –dice il Cotroneo- che ricalca G.B. Moscato, per piantarvi alberi…vennero scoperti l’uno dopo l’altro

due cippi, o colonne militarie, segnanti il XX° e il XXI° miglio. “tradotte dall’arciprete di Pentadattilo, Cilea essi indicavano i nomi dei Cesari che avevano prolungata, all’inizio del secolo 4° d.C. la via da Reggio a Locri. Le due colonne, sono identiche, si trovano oggi al Museo Nazionale di Reggio Calabria….secondo Cotroneo,  Melito sarebbe stata una mansion romana: specie di locanda semi-militare per alloggiare e informare i passeggeri, che fosse un luogo importante lo dimostrano le due iscrizioni rinvenute sotto questi giardini prospettici: il primo ceppo reca:

C. Flav. Galer. Licinius
Ang Bono Annium
Natus
DDD   NNN
Censpo  Liciniano
Et  Constantino
NNN.   OOO.   BBB.   Caess.
MXX

e denota i nomi dei Cesari che all’inizio del 4° Sec. d.C. fecero prolungare questa via consolare pel Bruzzio da Reggio a Locri.
L’altra lapide è corrosa e illeggibile, ma pur essendo un po posteriore, è della stessa natura. Nella parte più antica di Melito fu ritrovata una Necropoli del V°- VI° sec. D.C. e nel 1704 presso la foce del torrente Anna’ sono stati rinvenuti ruderi risalenti ad epoca Romana., Decastadium. Anche al centro di Melito è stata trovata una necropoli verso gli anni 50, di epoca imprecisata a circa due mt. di profondità. Era un lunghissimo complesso sui 50 mt per 25 di larghezza di nitide strutture sepolcrali, un ordinatissimo recinto di loculi, di urne cinerarie, di anfore, di abbellimenti. Tutto andato distrutto. Un’altra necropoli è stata portata alla luce, durante gli scavi, all’interno del porto di Melito.

 

PARTICOLARE DEL PORTOACQUE INTERNE AL PORTO DI SALINE

 

La brillante vita ellenica, fu ripresa e continuata, nei Bizantini. E durò sino a quando all’orizzonte non si affacciò l’invasione saracena. Allora si, che Melito: come tutto il litorale, divenne un deserto!!  Erchempetro infatti disse della Calabria marina di quei tempi: deserta “ut in diluvio”.

Nel periodo Bizantino in cui le spiagge e i territori vicini erano deserti si sviluppò un grosso centro, abbarbicato alle falde di una montagna “Dolomitica” che ha la forma di una gigantesca mano  sviluppato al disotto del Castello degli Alberti. Pentedattilo, uno dei più suggestivi posti della Calabria, famoso in tutto il mondo. La bellezza del posto incantò e affascinò lo scrittore inglese Edward Lear, che durante un viaggio in Calabria nel 1847, immortalò la rupe in un disegno.

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Il Paese nuovo, per pericolo di frane fu ricostruito in una zona più a valle. I visitatori sono affascinati dalla bellezza del luogo e dal misterioso silenzio che rende il posto attraente anche per la nota e tragica vicenda che avvenne nel 1686 quando Bernardino Abenavoli, figlio del Barone di Montebello si introdusse la notte di Pasqua nel castello, (alcuni sostengono per amore, ma sicuramente anche per interesse) e sterminò tutta la famiglia, dopo rapì Antonietta e la sposò contro il suo volere.

CASTELLO-PENTIDATTILO-PER-P                                                                          (Foto e ricostruzione di daniele dattola)

 

Questo posto era prima Università, divenute le spiagge sicure i primi nuclei di Pentedattilo si spostarono da quel luogo impervio e si trasferirono, secondo notizie certe tramandatoci da Cesare Minicuci, intorno alla Torre di Melito nel paese alto e via via sempre più in giù. Il “Signore” di Pentedattilo favorì questa migrazione e diede grande impulso all’industria serica con le piantagioni di gelsi, quindi possiamo affermare che la Melito attuale ebbe origine intorno al 1600. Nell’800 i marchesi Ramirez , introdussero nuove coltivazioni tra cui il bergamotto e il gelsomino, prodotti tipici locali, dalla buccia del primo si estrae l’essenza, che viene usata come fissante in tutti i profumi del mondo. Né va dimenticato che il territorio di Melito è stato sempre un importante centro di pesca tanto è vero che il Barrio, , solitario etnografo calabrese (1506-1577, nato a Francica -CZ-,  sacerdote, autore del  “Gabrielis Barrii, Francescani. De Antiquitate et situ Calabriae. Libri quinque. Romae, apud Iosephum de Angelis, 1571”), considerato come storico lo Strabone, il Plinio, il Pausonia delle Calabrie. Scrive di

Reggio e di altri luoghi notevoli vicino ad esso, commentando che a Pentedattilo in quell’agro e nel suo territorio si produce il sesamo, c’è ubertà di mandorli e di capperi, e si fanno ottimi mieli; si rinviene anche del quarzo eccellente. In questo mare si fa ingente pesca di sarde, che salate, si conservano negli orci. Nel 1811 con gli ordinamenti francesi Pentedattilo cessa di essere Università e Melito nel 1818 diventa  Comune, mentre Pentedattilo sua frazione, gli vennero assegnati in questa occasione i villaggi di Pilati e Prunella e trasferite le istituzioni civili e religiose. Melito, è stato sempre il centro più grosso dopo Reggio Calabria,  nel 1811, sotto la dominazione francese, subì  vari attacchi, da parte della marina anglo sicula fu così prima danneggiato e dopo distrutto il fortino che si trovava sul litorale in direzione della casa degli Alberti. E da C. Minicuci “Il fortino aveva un presidio di artiglieri in numero di 12, dipendenti dal feudatario e dall’Università di Pentedattilo che corrispondeva loro i viveri. Il fortino era munito di 6 cannoni e una colubrina e rese eminenti servigi durante le invasioni turchesche e resistette per tanti secoli, fino al 1807, quando fu fatto saltare in aria dagli inglesi, che vi fecero esplodere molti barili di polvere”.
Le frazioni del Comune di Melito P.S. sono: Pentedattilo, Musa, Annà, S. Leonardo, Lembo, Pallica, Pilati, Prunella, Caredia, Musupuniti, Lacco.

Melito è famoso per l’Ospedale, voluto e creato da “T.Evoli”, medico notabile cittadino, che fu Senatore della Repubblica;

 

OSPEDALE PROVINCIALE GARIBALDI

 

per la produzione del bergamotto; per la bellezza del suo lungomare che si affaccia a sud-ovest sulla Sicilia, l’Etna, Catania, Taormina visibilissime durante le giornate limpide;

MCM20027Immagine 020 SICILIA VISTA DA MELITO DI NOTTE

per lo sbarco di Garibaldi con i “mille” a seguito, la prima volta all’alba del 19 agosto 1860, la seconda nel 1862. Sul luogo dello sbarco vi è a perenne memoria una stele e una tomba dedicata ai garibaldini rimasti uccisi. In direzione della stele sotto la sabbia vi è sepolta la nave “Torino” utilizzata per lo sbarco da Garibaldi; per Pentedattilo e la sua pittoresca rupe, questo paesino è conosciuto ormai in tutto il mondo.
Molti sostengono che Melito deriva dal greco Melitos, genitivo di to melis che significa Miele non bisogna dimenticare che ancora oggi si produce il miele.
Melito  importante crocevia tra Reggio Calabria, Locri e l’Aspromonte, ha due importanti arterie, la statale 106 aperta nel 1868 e la linea ferroviaria Reggio Calabria-Roccella inaugurata nel 1871.
Melito fu gravemente danneggiata dai terremoti del 1783 e del 1908 quest’ultimo causò vittime e danni gravi nelle abitazioni, che furono recuperate e il Paese da allora si espanse in pianura vicino al mare. Melito visse anche gli eventi delle due guerre mondiali e fa parte della memoria del Paese il bombardamento del 31.01.1943 che provocò la morte di tante persone che erano riunite in casa Ramirez e quello del 16 luglio 1943,  verso l’undici ant.  Un’aereo s’abbassò e lanciò 5 bombe vicino la fabbrica delle pipe alla marina, danneggiandola e uccidendo 11 ragazzi e un povero caporalmaggiore. Due di queste bombe penetrarono nella sabbia senza esplodere. Si dice, invece che verso il 15.01.1943 due grosse motonavi furono silurate da un sommergibile inglese, una nave calò a picco di fronte la Marina di Melito e oggi si trova in una secca alla profondità di 25 mt., l’altra danneggiata fini arenata sulla spiaggia senza affondare, si decise di scortare questa nave fino al porto di Messina per essere riparata. La nave partì da Melito verso Messina il 27 gennaio 43. Da terra un piccolo convoglio di automezzi munito di cannoni antiaerei sorvegliava la navigazione della nave, scortandola fino a Capo delle Armi. Dopo avere scortato la nave al ritorno, un guasto al motore di un camion fece sostare la colonna nei pressi della casa dei marchesi Ramirez, la colonna pare fu individuata da un aereo che segnalò quel luogo (tragica fatalità) fotografandolo come un obiettivo militare. La sera del 31 gennaio alle ore 20,00 mentre veniva bombardata Messina e il vescovo si era appena affacciato con gli altri a vedere la scena un aereo si portò sulla casa e sganciò otto bombe dirompenti che in pochi secondi provocò la morte dell’arcivescovo  Enrico Montalbetti e di altre nove persone, tra cui il il Marchese Annunziato Ramirez e la sua consorte Caterina Fieschi, il figlio del marchese Annunziato, Francesco Ramirez, allievo Ufficiale alla Nunziatella di Napoli che nonostante ferito, si rifiutò di essere operato per primo, per dare agli altri la possibilità di salvarsi, prodigandosi a dare soccorso e pronunciando parole nobili in punto di morte, gli fu conferita  la medaglia d’argento al valore militare. Un’altra vittima fu Don Rocco Trapani in servizio alla curia arcivescovile, il parroco di Anna’ don Giovanni Bilari, i maggiori: Carlo Bertuscelli, Vincenzo Mirto e la moglie Beatrice, Filippo Notarbartolo. A Francesco Ramirez e a Mons. Enrico Montalbetti è stata dedicata una Piazza chiamata Baglio che si trova davanti alla chiesa di S. Giuseppe in contrada Anna’.

 

TRIGESIMO DI SANGUE MONTALBETTI   1OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

Gli anni del dopoguerra furono caratterizzati da una forte emigrazione.
Nella cittadina c’è stato un notevole incremento demografico dovuto anche  al trasferimento, negli anni 70, degli abitanti di Roghudi e Chorio di Roghudi. L’economia si basa  sull’agricoltura, la pesca, l’impresa familiare, i Servizi, il commercio, ci sono numerosi centri commerciali, un forte sviluppo turistico e un notevole aumento dei servizi e del settore terziario.

LUOGHI DA VISITARE:

IL PAESE VECCHIO

Cesare Minicucci descrisse la migrazione dei contadini da Pentadattilo a Melito, verso la metà del 1600 alcuni coloni scesero da Pentadattilo a Melito stanziandosi in altura vicino alla “Torre” di forma rotonda fatta costruire nel 1550 e che serviva  a segnalare eventuali avvistamenti e sbarchi dei pirati alle più vicine Torri di Salto della Vecchia e Capo delle Armi.

                                     Immagine 022 torre melitoImmagine 019 croce della torre

(Torre di avvistamento Melito)

 

Torri che insieme a quella della frazione di Musa,

Immagine 288 MUSA TORRE 5

 

furono fatte costruire dopo vari assalti da parte dei Turchi, sulla costa jonica, dal Preside della Calabria, Marchese di Cerchiara, Don Fabrizio Pignatelli.  Dice il Fiore (Calabria illustrata) che il Pignatelli, Preside di Calabria riflettendo come tenerla guardata, consigliò, e poi con l’approvazione dei Ministri Regi, ordinò la fabbrica delle suddette Torri, non tanto per una momentanea difesa, quanto perché l’una quale prima scorgesse il pericolo col fuoco dimostrandolo all’altra in meno di poche ore venisse avvisato tutto il regno. La Torre di Melito, circa sei miglia distante dalle altre, aveva i suoi torrieri, che, insieme ai cavallari, facevano il servizio della vecchia telegrafia. Vi sono le Torri con tre Torrieri, tre aggiunti e il capitan Torriere (l’ultimo fu il Magnifico D. Saverio Vernagallo di Pentedattilo), i cavallari  erano in numero di tre e per il loro mantenimento l’Università di Pentedattilo spendeva ducati 218,70 annui. Attorno alla Torre furono fabbricate le prime case e man mano che le incursioni si andavano sempre più scemando ai primi si unirono altri estendendosi vieppiù verso il basso. Così al di sotto della Torre sorse il cosiddetto “Paese Vecchio” l’antica Comunità di Melito che tutt’oggi sopravvive con le piccole abitazioni, con le viuzze caratteristiche, con le sue fontane, e con la sua piazza grande, dove nei tempi passati ebbe la sede Municipale ed infatti viene anche chiamato questo posto  “Municipio vecchio”. Qui si svilupparono le prime attività commerciali.

 

 

Immagine 005 municipio vecchio durante una manifestazione                                                             (P.zza Municipio Vecchio durante una manifestazione)

 

Questo borgo man mano si ingrandì e il centro del paese divenne la via XIX agosto,

VIA XIX AGOSTO DANIELE E PINO DAVANTI AL NEGOZIO

(Negozio Spinella Antonio)               ( Via XIX agosto negozio emporio armeria dattola)

qui c’erano nel passato vari negozi l’emporio-armeria dei “Dattola”, i negozi dei Spinella,

 

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dei Sarica, dei Suraci etc.. Comunque il borgo antico del Paese vecchio ha mantenuto fino ad oggi le sue caratteristiche, tanto è vero che nella via XIX agosto, è stato tolto l’asfalto  e messo in luce il vecchio lastricato di pietre.
Dopo il 1908 il Paese ebbe enorme sviluppo verso la Marina nella parte pianeggiante, il centro della cittadina si spostò dalla via XIX agosto al Corso Garibaldi, che è la strada più bella, con una ottima viabilità pedonale, ricca di attività commerciali, e palazzi signorili,

    VECCHIO CORSO GARIBALDI DI MELITO 25092006(007)SONY DSC

(Vecchio Corso Garibaldi)                                             (Nuovo Corso Garibaldi)

 

inizia con una statua dedicata ai caduti della Guerra finisce davanti la piazza della Stazione Ferroviaria con una bellissima fontana i cui alti zampilli si vedono dall’inizio del Corso.

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Altre strade di rilievo sono la via delle Rimembranze, tutta alberata, che è posta sopra la Via Nazionale, con il Comune, L’asilo Matilde Evoli, la Pretura, la Scuola Elementare, l’Ufficio Imposte dirette; il Lungomare, la via Roma.

 

PENTEDATTILO

PENTEDATTILO

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(Particolare case e chiesa ss.Pietro e Paolo)                             (Particolare case)

 

 

Gigantesca rupe a forma di mano, con abbarbicato alla base il paese. Posto a circa 6 Km. da Melito, la sua altezza è di 454 mt. sul livello del mare. Il nome deriva dal greco Pentedaktylos “cinque dita”  E decisamente un borgo antico di notevole bellezza ormai conosciuto in tutto il mondo. E’ depositario di un patrimonio storico-architettonico importantissimo. E’ indispensabile raggiungerlo a piedi.

 

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(Pentadattilo Canonica Dittereale)                    (Portale Canonica Dittereale)

 

Sul culto e sulle chiese di Pentedattilo c’è un lavoro, interessante, di Cesare Minicucci sul Monastero della Candelora del 1908, perché all’inizio della piccola pubblicazione, per conoscere le condizioni religiose del secolo XVI, durante le visite dell’arcivescovo reggino Mons. Annibale d’Afflitto dal 1594 al 1638, egli dice, che  risulta dagli atti che numeroso era il clero, che trovava occupazione nelle molte chiese esistenti in quel territorio, in alcune delle quali il culto veniva mantenuto dalle oblazioni dei fedeli. Ed egli fa menzione delle chiese visitate, dei molti arredi sacri, delle vistose rendite non solo della chiesa arcipretale dei SS. Apostoli Pietro e Paolo e della Dittereale di S. Costantino, ma ancora delle chiese della Candelora, della chiesa parrocchiale di San Nicola, soppressa dal d’Afflitto il 1 nov. 1605, con i beni aggregati alla Dittereale di S. Costantino; delle Chiese del Salvatore, della Madonna delle Grazie, di S. Maria della Scala, incorporata all’arcipretale dei SS. Fabiano, Rocco e Sebastiano di S. Leonardo e dell’Annunziata. Il Minicuci continua questo interessante escursus dicendo che oltre a queste chiese esistevano a quel tempo altre 24 chiesette, cadenti e in via di demolizione.

 

Da visitare la chiesa dei SS. Pietro e Paolo, patroni di Pentedattilo.

 

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la chiesa della Candelora, con la statua marmorea della Statua della Candelora del 1564 dono del Barone Giov. Demetrio Francoperta, la Canonica dittereale, il convento dei Domenicani, i ruderi del Castello, il borgo con le caratteristiche case. Si respira, durante il percorso a piedi un’atmosfera di antico silenzio, lo scenario suggestivo, rievoca la tragedia avvenuta in quei luoghi. Pentedattilo è così conosciuta che spesso in questi luoghi sono stati girati film importanti; Pietro Germi girò “Il Brigante di Tacca di Lupo” nel 1952, nel 1958 Luigi Comencini “Il ragazzo di Calabria” e cosi via. Dolente nota, la chiesa dei SS. Pietro e Paolo, in pratica luogo che raccoglieva tutto quello che era rimasto è stata spogliata anch’essa.

 

Immagine 031 QUADRO CHIESA PENTEDATTILOImmagine 017 QUADRO PENTEDATTILOImmagine 054 Madonna con tunica TOMBA DI GIUSEPPE ALBERTI

(Arredi e quadri all’interno della chiesa dei SS. Pietro e Paolo)

 

Nella chiesa vi erano sei quadri di enorme valore, tutti rubati: Nell’altare Centrale una tela con la riproduzione  dell’Assunzione di Maria Vergine, ora esiste una riproduzione da una vecchia foto a colori.

 

aSSUNZIONE DI MARIA vERGINE ALTARE CENTRALE PENTEImmagine 012                                                               (Altare maggiore chiesa SS. Pietro e Paolo)

 

Un altro quadro rubato di forma semicircolare era vicino la cappella degli Alberti “La visitazione di Maria Vergine e Sant’Elisabetta”, e uno “Fuga in Egitto” posti al lato della Tomba Di Giuseppe Alberti. Nell’altare di  destra c’era una quadro di S. Antonio Abate, e ancora un altro detto “Il volto Santo”. Santo padre Catanoso che fu parroco di Pentadattilo istituì in un periodo successivo “L’Ordine del volto Santo”. Questi due ultimi quadri del volto Santo e di S. Antonio Abate,  grazie ad una foto del passato ritrovata,  dall’associazione Pro-chiesa di Pentedattilo presieduta dall’avv. Flachi Pasquale ha ordinato la riproduzione fedele dei due quadri, all’avv. Dattola Giuseppe che mirabilmente li ha eseguiti.

 

prima anni 70 chiesa Pentidattilo SS Pietro e P copia

foto foti 004 il volto santo di g. DATTOLAfoto foti 122 S.ANTONIO ABATE

(S. Antonio Abate)                           (L’Autore del volto Santo, Avv. Dattola Giuseppe)

 

Immagine 043Immagine 047SCORCIO pentedattiloPENTEDATTILO PARTICOLARE TETTI 5Immagine 005 ENTRATA DEL CASTELLO

(Statua S. Pietro)                   ( particolari Case  Pentadattilo)               (Entrata ruderi Castello)

 

Molti arredi antichi, tra cui  documentazione molto importante registri di nascite morti etc., diciamoci la verità, che giacevano abbandonati, e che sono un patrimonio inestimabile, sono stati naturalmente portati via e oggi si trovano alla curia arcivescovile o chissà in quali altri posti. Colgo questa occasione per rivolgere una fervidissima preghiera alle Autorità che presiedono al patrimonio storico di questo litorale, e cioè in primis alle Autorità ecclesiastiche, a quelle Provinciali,  al Comune di Melito P.S., diretto discendente di tanto passato, di volersene insieme alle Associazioni, (una della chiesa di Pentadattilo e l’altra Pro-Pentedattilo) dirette mirabilmente dai Presidenti in ordine Avv. Pasquale Flachi e Giuseppe Toscano, interessare: reperendo quei libri, gli arredi antichi per farli  riportare alla detta chiesa di Pentedattilo dove furono compilati o in un luogo accessibile a tutti, un archivio  per fare custodire gli stessi, con la dovuta cura, perché questi atti e questi arredi, anche in fotocopia, possano essere consultati e visti dai cittadini che ne facciano richiesta.
Spero che questa richiesta non rimanga a lungo trascurata e disillusa, gli amministratori della cosa pubblica devono curare queste cose, gli atti della nostra storia di Pentedattilo dello sbarco di Garibaldi etc. devono essere resi pubblici e consultabili dagli storici e dai cittadini.
Troppo tempo è trascorso invano per reperire quei registri, e nel reintegrarli alla detta chiesa di Pentedattilo alla quale a buon diritto appartengono – a meno che non li si voglia affidare a un competente Museo – e dalla quale tanta parte di storia regionale e paesana sprizzò dalle loro pagine.

 

PALAZZO ALBERTI
Palazzo Alberti

 

Posto sulla via Nazionale, nel bivio per Taranto-Reggio Calabria e l’Aspromonte, fu fatto costruire dagli Alberti (Don Domenico)nel 1667, di notevole stile, nell’entrata principale due splendide colonne con capitelli dorici sicuramente recuperati da qualche precedente monumento., importanti le due epigrafi in latino “parce Manu viator” che tradotto:” Fermati un poco, o viandante, pregusta almeno con gli occhi, questi ameni giardini, deliziose dolcezze che il Marchese di Pentedattilo Domenico Alberti scelse fra i resti della Magna Grecia e pose sotto il patrocinio dell’Immacolata Vergine protettrice di questo luogo”. L’altra “Laeta sub Hoc Coelo” che tradotto: “ Ecco che la gioconda aurea lietamente spira sotto questo cielo; ora spandendo dolcezza, splendono le terre di miele, nel tempo di Don Domenico Alberti marchese di Pentedattilo, nell’anno del signore 1667”. Essa fu utilizzata come residenza del Marchese di Pentadattilo sede delle sue attività agricole. Durante lo sbarco di Garibaldi “poiché il bombardamento aveva già ferito e uccisi parecchi volontari, l’Ospedale fu posto all’altro capo del loro schieramento, dentro Melito stesso, nel grande palazzo, pure dei Ramirez, ma in origine anch’esso degli Alberti, già splendida villa munita e indi abbellita da verzieri alveari e statue, sita in piazza casino che da essa suppongo prende il nome. In quell’edificio furono trasportati, e curati, e precisamente al pianterreno nei due bassi posti a destra guardando, i moribondi e i feriti, di quella giornata. Tutto ciò nella tarda mattina di quella domenica d’agosto 1860. E questo fu, se non erro, per quanto sembri assurdo e improbabile, l’unico luogo di cura, posto al limite dello scacchiere a circa 3 km dal punto di sbarco, che lo Stato Maggiore eresse nel settore di Melito. E  i feriti arrivavano dignitosi e silenti”.

LA STELE DI GARIBALDI

E’ stata eretta nel 1960, in commemorazione dello sbarco di Garibaldi, in località Rumbolo, In direzione della stele sulla spiaggia vi sono i resti della nave “Torino”, davanti alla stele una tomba contenente i resti di alcuni garibaldini.

 

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(Stele Garibaldi con sfondo Pentadattilo)

 

“Atterrati dal piombo del Fulminante inseguitore, poco dopo effettuato lo sbarco nel XIX agosto 1860” La stele sta indicare il punto dell’avvenuto sbarco.  “E cosi in contrada Majorana, lido di Rumbolo, a circa 3 Km di Melito, l’aurora d’agosto fece vedere agli abitanti di Melito il piroscafo garibaldino, letteralmente arenato di lungo sulla spiaggia di Melito, e da quello discendere un numeroso numero di camice rosse, e la spiaggia si riempi di casse e materiale logistico, e quegli uomini si sparsero per la marina e dopo invasero le contrade.

 

Garib Navi 2

L’altra nave il Frankilin dopo lo sbarco prese il largo. I Melitesi rimasero stupiti, tanto da abbandonare precipitosamente le case, e ripararono sulle alture prospicienti la marina di Melito, Solo alcune famiglie, rimasero nel paese.
Non sapendo chi essi fossero e cosa intendevano fare. Ma ben presto la voce si sparse che quella spedizione era composta da volontari agli ordini di Garibaldi e che quei giovani perseguivano un fine non a tutti accessibile, fare l’Italia unica e pur i Melitesi non essendo ostili, prevaleva in loro il sospetto e la paura. Si appurò che quel meraviglioso vapore era il “Torino” e che quei giovani stavano compiendo una impresa di liberazione e riscatto. Sotto gli ordini di Garibaldi, i più si fecero coraggio e cominciarono a scendere specialmente i più giovani e arditi alla riva.
Tutta la spiaggia era ormai piena di casse e bagagli, dalla battigia fin su alla brughiera, dove nel 1870 sorse la strada ferrata. Il Torino si era arenato parallelo al lido e non molto dopo apparirono le navi borboniche che iniziarono un intenso bombardamento. Intanto per la spiaggia era un pullulare di camice rosse ed attrezzi. Essi non avevano artiglieria, in cambio avevano molte casse e fardelli, i militi si attestavano sempre più lungo il litorale permanendo nelle prime ore al margine di Melito.
Quella truppa era composta in maggior numero da giovani, settentrionali , aitanti, avvenenti e gentili. Parlavano un linguaggio quasi incomprensibile.. erano “forestieri” ma quanti erano? Si poteva arguire intorno ai due o tremila uomini, e forse più, perché si erano arenati? o forse per la poca conoscenza dell’approdo o forse per la fretta di scendere o per la volontà di scendere i bagagli senza problema. L’armamento dei soldati era sobrio e leggero, il loro contegno misuratamente riservato piano piano diventava sempre più chiaro e comunicativo. Il sole s’era alzato da poco e le sagome delle navi reali apparvero all’orizzonte.
Il comando legittimo di Reggio era stato avvertito tempestivamente dello sbarco di Garibaldi e delle sue camice rosse. Il telegrafo ad asta della Torre di Melito, nell’alba del 19 agosto 1860, trasmise ed avvertì la Centrale di Reggio che Garibaldi era sbarcato coi suoi sulla spiaggia di Rumbolo.
Il telegrafista fu per la storia Don Carmelo Massa, figlio di un impiegato governativo borbonico, proveniente da Sorrento. Persona molto nota proba, colta e fine. Abitava in via XIX agosto, !.. Onestissimo e ligio al suo dovere, non poteva non trasmettere il dispaccio a Reggio, egli telegrafò: –

Un corpo di esercito sconosciuto, i cui militi indossano una camicia rossa, è sbarcato da un piroscafo prima dell’alba a Ovest di Melito. Le operazioni di sbarco continuano.- Reggio ricevette e riscontrò. Del resto il passaggio era stato avvistato dalle altre Torri circostanti litoranee. Questo particolare lui lo confessò più volte dopo l’avvenimento e lo raccontava sempre  alle altre famiglie che abitavano in via XIX agosto, pur essendo tanto parco di parole. E’ vero che Garibaldi cercò di bloccare eventuali comunicazioni che partivano dalle Torri, ma l’intervento fu tardivo.  Il sole non era ancora alto nel cielo (potevano essere le otto come le dieci) quando a circa mezz’ora da quel primo colpo isolato, apparvero e si profilarono a ponente, sopravento del Capo Leucopetra (delle Armi) , due navi da battaglia dirette alla volta del mare di Melito. Erano due navi reali: la fregata Fulminante e la corvetta in sott’ordine l’Aquila che accorrevano a contrastare la spedizione garibaldina. I vecchi asserivano che quel primo colpo era stato sparato da oltre Saline, a salve o senza bersaglio, quale un segnale compiacente d’avvertimento da parte di quest’ultima nave, acciocché i volontari si affrettassero a mettersi in salvo. Poco dopo cominciavano a cadere le prime palle sulla riva e sulla spiaggia. La stele in cemento, con alla base una stella a dieci punte è contrassegnata da vari graffiti che la decorano, pugnali, sciabole, trombe, un canone, un tamburo, un’aquila etc.

CASINA DEI MILLE

PALAZZO GARIBALDI 2PALAZZO GARIBALDI  FOTO 1

                              (foto da cartoline)                                                        (foto da cartoline)

 

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(entrata ristorante Casina dei Mille)

 

“Il primo pensiero di Garibaldi fu quello, appena sbarcato, di stabilire un suo quartiere generale. E questo fu posto nei pressi della rada, entro l’antica palazzina dei signori Ramirez, eretta sul culmine di un lieve declivio ad Anna’. Questa villa, contornata da giardini, era stata un tempo luogo di soggiorno del famoso ed infelice castellano di Pentedattilo, l’Alberti. Si trovava essa a circa 600 metri dal mare e a quasi altrettanti dalla destra di Rumbolo. Ivi si alloggiò Garibaldi col suo Stato Maggiore. Il suo covo fu tenuto segreto anche agli abitanti più vicini, e fu celato del tutto a quelli di Melito. Il primo cannoneggiamento voleva forse saggiare la resistenza garibaldina, e solo più tardi esso divenne a mano a mano molto più intenso, così che i volontari ancora  impacciati sulla spiaggia, ne cominciarono a sentire progressivamente gli effetti. Fu preso di mira il Torino, e forse perché il trasporto non era terminato, non tardarono a cadere le prime vittime, il cui numero era destinato ad aumentare nel corso della giornata e di ora in ora.
Intanto nel quartiere generale posto nella casina Ramirez a ridosso dell’antica strada consolare che passando da Melito mena a Reggio e oltre, il cannoneggiamento intanto era divenuto continuo ed assillante. Allora Garibaldi volle osservare il tiro e si affacciò a uno di quei balconi prospicenti il mare, precisamente quello a sinistra di quella villa, e Garibaldi osservava il piroscafo abbandonato e in fiamme, (molti sostengono che invece furono gli stessi garibaldini ad appiccicare il fuoco per non lasciare la nave alla mercè dei borboni). Intanto le navi nemiche si avvicinavano sempre di più alla riva e la tradizione vuole che Garibaldi appena affacciato, contornato dai suoi più intimi ufficiali, quando fu avvistato e pare riconosciuto, da una delle navi borboniche: L’Aquila. E da quel bordo fu tirato un colpo contro di lui. La palla sferica non dirompente, tuonando colpì l’architrave del balcone, un pò al disopra della cornice, a destra verso l’angolo esteriore del prospetto, a meno di un metro dalla testa di Garibaldi, conficcandosi nel muro. Dove tutt’ora è infissa, ed è ben visibile a tutti i visitatori.

 

Immagine 158 palla cannone casina dei mille                                                                           (particolare palla di cannone)

 

Ma il duce delle camice rosse fu salvo!  Poco dopo un secondo proiettile irrompeva dall’altro balcone di centro, aperto, e attraversando tutta la casa senza arrecare danno ad alcuno, piombava nei giardini posteriori. I memori di quel giorno non parlavano di altri tiri contro la villa, e tanto meno d’inizio di demolimento dell’edificio stesso. Fu questo il motivo, che fece decidere a Garibaldi di cambiare quartiere, trasferendosi in un casolare un po’ più distante dal mare e riparato da quello per una collinetta, ingolfato ad ovest nel verde. In contrada xxxxxxxxxx nel Comune di Montebello

nell’abitazione di tal xxxxxxxxxxxxxxxx, modesto massaro del luogo.. In questo nuovo rifugio dimorò per qualche giorno, vi dormì la notte, e là ricevette i suoi luogotenenti, e da lì impartiva gli ordini. Ma anche questo novello asilo fu tenuto celato a tutti; e particolarmente ai Melitesi, pei quali si può dire che la persona di Garibaldi restasse per tutti ignota.; salvo qualche fra missione posteriore impropriamente confusa dalla seconda venuta di lui, nel 1862”.

 

SANTUARIO DI MARIA SS. DI PORTO SALVO E LUNGOMARE

All’inizio del Lungomare vi è la splendida Piazza di Porto Salvo con il Santuario della Madonna Maria SS. Di Porto Salvo. Fatto costruire per volere di Don Domenico Alberti, Marchese di Pentadattilo, nel 1680, su approvazione dell’Arcivescovo Ibanez De Villanueva. L’Alberti era un uomo religiosissimo e rivolse supplica all’arcivescovo per ottenere la licenza a poter costruire la chiesa di Porto Salvo, perché aveva una particolare devozione verso la Vergine. Il Marchese inoltre per la concessione avuta assegnò una congrua dote di ducati 7 annui di cui sei per la celebrazione di una messa la settimana. L’altro per la tenuta della chiesa, obbligandosi di pagare tale somma il 15 agosto di ogni anno con quanto ricavato dalle terre aratorie della contrada Annà. La chiesa fu iniziata a costruire nel 1637 in contrada Maiorana, con il titolo di Beatissima Vergine della Consolazione, ai tempi dell’arcivescovo Annibale d’Afflitto, essa già esisteva iniziata nelle sue fondamenta, ma mai portata a termine. Il quadro della Madonna di Porto Salvo era preesistente alla costruzione della chiesa, nulla si sa sulle sue origini, la tradizione popolare asserisce che il quadro comparve davanti l’attuale chiesa dove prima esisteva una piccola cappella, portato dalla Turchia sopra una nave, tanto è vero che il popolino canta durante la processione questa cantilena:”Di la Turchia si partiu, intra na navi fu purtata. E sbarcò cu fidi pia, sutta Melitu Maria”.

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA                                                                                (Santuario Maria SS. di Porto Salvo)

 

Ci sono nella tradizione altri racconti fantastici che è meglio tralasciare. L’autore è ignoto ma l’opera è magistrale, la tela è delle dimensioni di 1.55×1,28, ha avuto varie vicissitudini, restaurata, rubata e poi ritrovata, è comunque un’opera pregevole. Ogni anno il quadro viene trasportato da Melito nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Pentadattilo e ciò sta a dimostrare che questa inizialmente fu volontà del Marchese di Pentedattilo di ospitare tra le mura del suo castello la divina protettrice, ed era un segno di stima nei confronti di colui che aveva fatto costruire la chiesa di Porto Salvo. Il quadro addobbato con doni preziosi dei fedeli viene il 26 marzo di ogni anno  portato dai cittadini di Melito in processione a Pentedattilo e qui tenuto per  un mese. Il penultimo sabato di aprile i cittadini si recano di primo mattino, molti a piedi, per preghiera e voti, fin alla chiesa di Pentedattilo. Inizia il ritorno e alla fiumara Tabacco, i portatori della vara di Pentedattilo consegnano il quadro ai portatori di Melito che trasportano il quadro fino al Santuario di Porto Salvo, qui ci sono le manifestazioni civili con bancarelle, una volta la fiera bovina, giostre e manifestazioni canore. La festa dura due giorni Sabato e Domenica. La Domenica il quadro della Madonna viene portato in processione per le strade di Melito con la banda musicale e al rientro la festa culmina con manifestazioni canore e spettacolari giochi d’artificio. Il popolo di Melito ha una grande venerazione del Santuario e della sua sovrana Protettrice, tanto è vero che  nel passato (1863) per distinguere il comune dagli altri paesi col nome simile fu aggiunto il nome della sacra effigie.

 

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(quadro Maria SS. Di Porto Salvo)                  (particolare quadro Maria SS. Di Porto Salvo)

 

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(durante la processione foto Peppe Latella)  ( gruppo portatori vara con il parroco don Cosimo latella foto P. Latella)

 

Digital StillCamera CRIPTA MADONNA DI PORTO SALVO CON DANIELE E PINO copy

(entrata del quadro in chiesa f. .P.Latella)  (piccola cappella votiva foto con Pino e daniele dattola)

Il lungomare affacciato sul mare Jonio, mostra  a sud-ovest la Sicilia, si vedono nelle serate limpide Catania, l’Etna, Taormina etc. e a Nord Pentedattilo, il paese vecchio. Sul lungomare si possono fare delle salutari passeggiate, inoltre d’estate vengono montati sulla spiaggia splendidi lidi, tra cui: L’Acrobatic, Il lido dei Sogni, la Plage-du Soleil, kokorikò, Paradise Beach, Il Tortuga, Blue Dreamm e i Camping Stella Marina, e Red Moon, che mettono in evidenza che la cittadina sta assumendo una  vocazione Turistica.
Si sostiene che durante il medioevo in questa zona di Porto Salvo e oltre esisteva un Porticciolo chiamato “porto Venere” e che il Santuario della Madonna di Porto Salvo è sorto su un altro santuario dedicato a Venere che era la Dea dell’amore, protettrice dei marinai infatti il suo nome greco Afrodite significa emersa dalla spuma del mare. Virgilio definì il tratto di mare di fronte Melito “navifragum” (esposto ai nubrifagi).

 

LA CHIESA DELL’IMMACOLATA

Immagine 282 CHIESA MADONNA IMMACOLATA

 

Prosegue il culto dell’Immacolata Concezione iniziato nel 1682 nella chiesa della Concessa, dismessa in quanto demolita per costruire un palazzo. Il 22 aprile 1820 fu ordinato il trasferimento della Dittereale S. Costantino da Pentedattilo a Melito sotto la denominazione di “Immacolata Concezione”. La chiesa ebbe piena funzione  nel 1852 con la nomina dell’arciprete Antonino Evoli.
Fu più volte riparata e ristrutturata specialmente in occasione dei terremoti, quello del 1908 la distrusse e fu riedificata nell’anno 1918. E’ uno degli edifici più antichi di Melito, ricco di opere tra cui un S. Francesco da Paola probabilmente proveniente dalla vecchia Concessa, quadro del 60,

notevole dal punto di vista artistico. Importante anche il quadro raffigurante la Madonna Immacolata che viene portato in processione l’08 dicembre di ogni anno. Una statua lignea di scuola napoletana  che raffigura la Madonna. Una statua lignea raffigurante S. Vincenzo.   La statua lignea raffigurante S. Francesco da Paola tutte del 1600. La chiesa di Melito e di Pilati è magistralmente diretta da Don Benvenuto Malara che guida la comunità di Melito da almeno 40 anni. Egli è protagonista in molte azioni umanitarie.

LA CHIESA DI S. GIUSEPPE

Tutti sanno che molte chiese nel reggino durante il terremoto del 1908 vennero distrutte completamente, infatti da parte dell’arcivescovado fu predisposto un piano per la ricostruzione delle chiese a cui partecipò monsignor Paolo Dattola e Mons. Cottafavi mandato dal papa pro-tempore.
Distrutta la Chiesa arcipretale di Melito fu edificata  una chiesa baracca al centro di Melito accanto al cinema Teatro Dattola, all’inizio del Corso Garibaldi dedicata al culto di S. Giuseppe.

 

CHIESA SAN GIUSEPPE                                                                         (Chiesa baracca di S. Giuseppe)

 

 I “vecchi melitesi non scorderanno mai la figura di  Don Giuseppe Calarco, nominato parroco di S. Giuseppe nel 1936 che resse tale parrocchia per circa 45 anni fino al 30 settembre 1980, Uomo di grande umanità, umile,  molto serio amato e stimato dal popolo Melitese. Egli riuscì nel suo sogno quello della costruzione di una nuova chiesa di S. Giuseppe, chiesa che fu eretta al centro di Melito e consacrata nel 1969.

 

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Oggi l’attuale chiesa di S. Giuseppe è retta da Don Cosimo Latella, che si occupa anche del Santuario della Madonna di Porto Salvo ed è cappellano dell’Ospedale di Melito.
Anche in questa chiesa vi sono delle opere importanti da vedere.

 

L’OSPEDALE “TIBERIO EVOLI”

Una delle prime Strutture Sanitarie Calabresi, nata dopo il disastroso terremoto del 28 dicembre 1908. In quei tempi le strutture sanitarie non si trovavano ne a Melito ne nelle vicinanze di Melito. La situazione socio sanitaria di quell’epoca prima del terremoto era disastrosa, basti pensare alla malaria, alle malattie infantili, l’anchilostomiasi, la denutrizione cronica. E allora nasce nell’uomo
Tiberio Evoli un’idea, quella di creare un Ospedale…un sogno….L’idea viene presa da tutti come un’utopia un’opera impossibile. T. Evoli, medico condotto, nato a Melito P.S. il 18 dicembre 1872, figlio di Giacomo Evoli medico condotto anch’esso e Filomena Lagana’, già fondatore insieme con Angelo Celli di un sanatorio antimalarico per la cura dei malati cronici a Bagaladi,

 

BAGALADI 1° GRUPPO DI MALARICI 1909 buona

 

in occasione del terremoto del 1908, porta avanti con forza la propria idea (Il sogno diventa realtà!!!!).
Nel 1909 inizia con una tenda e dopo con una baracca ospedale, avvalendosi dell’aiuto e collaborazione di un gruppo di amici ……..Pietro Timpano di Bova, Vincenzo De Angelis di Brancaleone e il farmacista Giovanni Sculli di Ferruzzano e tanti altri ancora. Tutti rispondono, tutti inviano denaro, I comuni, la Provincia, l’Italia Settentrionale, ma dietro le iniziative finali c’è sempre lui che magistralmente organizza incontri di beneficenza e una massiccia campagna di stampa.

PRIMA TENDA OSPEDALE MELITO BUONA copiatenda della crocerossa svizzera in aggiunta alla prima buona copia

 

 

Tiberio Evoli non si ferma mai, partecipa alla lotta contro l’analfabetismo in Calabria, nel 1911 fonda l’asilo infantile “Matilde Evoli, diventa Presidente dell’Ordine dei Medici, nel 1919 viene eletto Deputato e fa parte del gruppo socialista riformista nella circoscrizione di Reggio, fonda nel 1925 il centro Calabrese per la cura dei tumori, nel 1944 inizia la costruzione di tre nuovi padiglioni e della Chiesa.

 

OSPEDALE MELITO CHIESETTA 4 E 5 PADIGLIONEOSPEDALE PROVINCIALE GARIBALDI

 

Alla fine dopo alterne vicende la politica strappa via a lui stesso l’Ospedale che aveva creato. L’ospedale diventa pubblico e lasciatemelo dire tutti noi sappiamo della situazione in cui versa la sanità in Italia, nonostante tutto l’Ospedale di Melito oggi continua a vivere, grazie alla posizione strategica in cui si trova, all’amore degli operatori, ma non certo sopravvive per il modo con cui è gestito. Gli attuali amministratori non hanno un interesse specifico verso di esso, io dico non lo guardano con amore, non lo sentono loro, comunque deve essere la politica con i loro uomini ad imporsi di più. L’Ospedale T. Evoli

ha tutti i servizi di base necessari per essere un buon Ospedale e noi Melitesi, siamo orgogliosi di questa Opera.

 

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LUOGHI DELLA MEMORIA:

Monumento ai Caduti delle Guerre

 

Posto all’inizio del Corso Garibaldi, una statua bronzea, con dietro una caratteristica scalinata sulle due lapidi scritti i nomi di 133 caduti (85 nella prima guerra mondiale, 48 nella seconda), soldati di Melito morti in battaglia.

 

LARGO JACOPINO

 

 

Un terreno donato dai figli Silvio e Italo Jacopino, posto al disopra della Via Roma tra il monumento ai caduti e villetta XIX agosto, una piazzetta dalla forma di conchiglia dedicata  all’Ufficiale della marina Militare Giovani Jacopino (1885-1957) prese parte a numerose battaglie, tra cui quelle di Punta Stilo, Capo Teulada e Gaudo Matapan, fu Ufficiale Istruttore all’Accademia della Marina Militare di Livorno, fu uno dei suoi allievi Giovanni Familiari, che passò dopo nell’aviazione.

Sposò Teresa Dattola.

VIALE DELLE RIMEMBRANZE

 

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Fu costruito negli anni 30, è stata sempre una delle più belle arterie di Melito, posta al disopra della via nazionale, percorribile solo a piedi,  lungo la sua passeggiata sono stati piantati 59 alberi, a ricordo di altrettanti soldati caduti nella guerra, E’ la passeggiata che ha sempre favorito le meditazioni  e i ricordi, per questo Le fu dato il nome di viale delle Rimembranze.

PIAZZA LUIGI RIZZO

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Posto al rione Marina a ricordo di vite spazzate via dalla guerra nel 1943, 7 bambini e un sottufficiale, 5 in seguito allo scoppio di una mina, hanno anche trovato posto 5 marinai e 3 civili. Un impianto scenografico che ha caratterizzato il posto, uno spazio commemorativo rappresentato da una colonna in stile ionico e una vela unite tra loro da una lapide con i nomi dei caduti.

 

 

ALTRE FOTO

ETNA IN ERUZIONE AL TRAMONTO

(F. N. Marino)

MERCATO COPERTO       MERCATO DI MELITO PORTO SALVO copia

MELITO VIA PROVINCIALE E SALITA XIX AGOSTO      MACELLO

 

VIA RIMEMBRANZA EDIFICIO SCOLASTICO         VIA ROMA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA                  VIA MATTEOTTI E PZZA MERCATO 2

VIA GARIBALDI        CINEMA TEATRO DATTOLA

AUTOMOBILE POSTALE MEL BAGAL S LORENZO VEDUTA DELLA SPIAGGIA

VIA ASPROMONTE

 

Dalle foto del passato si capisce che Melito aveva una propria vita, c’erano molte iniziative, in vari  campi per es. il  musicale ecco le foto:

 

BANDA MUSICALE A MELITO IN BORGHESE MASTRO PIETRO PATERA

15.05. 1927 BANDA MUSICALE MELITO

banda musicale melito periodo guerra

 

Ed ecco un’altra foto che dimostra l’attività teatrale:

FILODRAM OP NAZ DOPOLAV MELITO 12-2-1931

 

E vennero i tempi bui, evito di inserire foto del periodo della guerra, tratterò l’argomento in un altro capitolo inserisco solo due:

DEDICA MUSSOLINI CAM NERE MELITO

4-9-1942 PRINC UMBERTO A MELITO ORE 730 2

 

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LA VALLE DELL’AMENDOLEA

 

Questa valle si estende dal mare Jonio, sino al massiccio dell’Aspromonte. I paesaggi sono di una straordinaria bellezza, le visioni dalle cime più alte sono veramente suggestive e al centro, l’ampio corso della fiumara con le sue acque. Nella parte bassa gli agrumi e via via che si sale, nei pendii i fichi d’india e dopo la ginestra da cui si sono ricavati per intere generazioni i corredi. Nelle montagne i boschi di Castagno, di Pino, querce, il leccio, paradiso per i raccoglitori di funghi. I centri abitati disseminati un pò ovunque, posti alcuni nelle alture e quindi difficili da raggiungere, per ripararsi dagli invasori, sanno di grecità, integrati tra le rocce sono di notevole bellezza, così come i casolari sparsi un po’ qua e là. La zona grecanica merita di essere visitata. Gallicianò Roghudi etc. sono veri paesi ellenofoni, le origini sono molto antiche i primi abitatori (neolitico) furono tribù dell’Egitto Butani, Bink che parlavano una lingua simile al greco arcaico, rafforzati dopo dai Greci Calcidesi dell’VIII° sec. a.C.. La latinizzazione e dopo i vari trasferimenti delle popolazioni verso le coste hanno impoverito questa cultura che comunque è abbastanza viva a Gallicianò, oggi a difesa della lingua, cultura e tradizione vi è la continua opera di Enti e di Associazioni grecaniche.
La nostra terra jonia, toccata da varie civiltà: Egizia, Assira  Ellenica, Romana e poi Bizantina, fu cantata solo da pochi Autori storici tra questi il più importante ed illustre fu il Barrio, solitario etnografo calabrese (1506-1577, nato a Francica -CZ-), sacerdote, autore del  “Gabrielis Barrii, Francescani. De Antiquitate et situ Calabriae. 1571”). Venne considerato come storico lo Strabone, il Plinio, il Pausonia delle Calabrie. Tommaso Aceti commentò l’Opera “Delle antichità e dei Luoghi di Calabria”, dove si parla di Reggio e di altri luoghi notevoli vicino ad essa.
“Exin Alex fluvium labitur torentinis et anguillis ubber. Qui Locros, sit Strabo, à Regio disterminat. Qui per vallem profundam cursum habet. Peculiare quidam de cicadis obvenit; que….”.
E subito dopo (S. Lorenzo) scende il fiume Alece, ricco di trote e d’anguille (il cui corso) afferma Strabone, divide il confine tra Reggio e quello dei Locresi. Scorre per una valle profonda e al suo staglio, avviene un fenomeno singolare: le cicale che dal lato reggino non cantano, mentre dall’altro lato cantano.

 

 

Anche  un altro esperto geografo calabrese P. f. Girolamo Marafioti da Polistena si è occupato del territorio di Reggio e in “Cronache e attività di Calabria, MDCI…per
l’autorità di Timeo, Siconio, e Plinio: e anche di Gabriello Barrio.. Anche lui come tutti gli storiografi ed etnografi non fecero altro che attingere notizie dai suindicati storici. Infatti egli trascrive:…”Cominciava anticamente il territorio reggino (e si capisce la fonte) dal fiume Metauro, e si stendeva infine nel fiume Alece, il quale scorre tra una abitazione detta Amendolia, e un’altra detta S. Lorenzo. Il particolare da notarsi in questo fiume, (e qui si rifà a tutti gli Autori già citati), è che il fenomeno, per occulto secreto di natura le cicale da un lato cantano dall’altro lato no. E continua: “Da qua del fiume Alece vi è un’abitazione detta S. Lorenzo, fabbricata accanto ad un fiume, in luogo alto,

 

                                                                                  (San Lorenzo R.C.)

 

ma il fiume dal nome della terra si dice fiume di S. Lorenzo,  distante per ispatio di quattro miglia in circa dal fiume Alece.

 

Immagine 009 fiumara dell'amendolea a valle                                                                          (Alveo della Fiumara Amendolea)

 

Re Ferdinando, per sollevare gli animi dei suoi fedeli e le sorti della propria causa,  mandò in Calabria, il  suo figliolo Alfonso Duca di Calabria, che giovinetto appena di 14 anni, mostrava coraggio e vigoria superiore all’età. Il padre aveva affidato il figlio a due Signori della casa Sanseverino che lo guidavano nelle gesta. Pare lo accompagnasse in questa impresa  il celebre Giovanni Gioviano Pontano suo Segretario.  Del secondo viaggio di Alfonso e dell’espugnazione di Pentedattilo ne scrisse il Mandalari in “note e documenti di storie calabresi Caserta 1886” il quale scrive che: ”E’ certo che nell’anno 1489 Alfonso fu per la seconda volta in Pentedattilo, cosi dice Giovan Piero Leostello di Volterra “Die XXI februarii. In la Mandolia (Amendolea) bona hora surrexit et audita missa fece colazione et vide li cavalli de lo Barone et tucto quel dì fece faccende: Il 21 febbraio 1489 Alfonso soggiornò nel castello dell’Amendolea quale ospite di quel Feudatario, si alzò di buon’ora, ed ascoltata messa, fece colazione, e dopo ammirò i cavalli del barone, e tutto quel giorno sbrigò faccende, ma sul finire della giornata si trasferì nel castello di Pentedattilo.
L’Amendolea è uno dei Corsi d’acqua (torrente) più grande e importante della Provincia di Reggio Calabria. Il torrente nasce all’interno dell’Aspromonte, in località Materazzi ad una altezza di circa 1852 mt.

 

una via d’acqua che scorre lungo 31 km per sfociare nel mare Jonio vicino Condofuri Marina.

 

Immagine 178 FINALE FIUMARA VISTA DALL'ALTO

Immagine 175 PARTICOLARE FIUMARA VISTA DALL'ALTO 2

 

 

Un cantico di acqua che scorre lungo la vallata detta dell’Amendolea, dalle bellezze naturali e paesaggistiche uniche.

 

Imm. 228 (21)

 

La fiumara inizia nei meravigliosi boschi dell’Aspromonte, è alimentata dal Corso del Menta, oggi sbarrato da una grandiosa diga, che è stata costruita per fornire acqua alla città di Reggio Calabria,

 

Immagine 315 DIGA DEL MENTA                                                                                    (Diga del Menta)

 

 

riceve anche le acque dei torrenti dei territori di Ghorio di Roghudi, Roghudi, Roccaforte del Greco, Africo, Bova e dopo più in basso le acque del Furria, del Pisciato, del Surva, dell’Armaconi e cosi via, scorrendo nella vallata dell’Amendolea

Immagine 203 immagine fiumara sopra roghudi Immagine 205 zona roghudi acqua nella fiumara d'estateImmagine 209 il corso dell'acqua prima roghudi

(Fiumara dell’Amendolea)                             (In alto il paese di Roghudi)

 

percorre i vicini  centri di Chorio di Roghudi, Roghudi, Roccaforte del Greco, Condofuri, Gallicianò, Amendolea (vecchia e nuova), San Carlo, riversandosi nel mare Jonio nelle vicinanze di Condofuri Marina, tutti centri sviluppatosi nei millenni passati grazie alla fertilità di questa vallata. L’ambiente è di una bellezza avvincente, dall’alto la visione della fiumara lunghissima, alcune volte tortuosa, che si vede lungo tutto il suo percorso fino al mare.

 

Imm. 228 (19) fiumara Amendolea                                                               (Il percorso dell’Amendolea fino a Mare)

 

Si dice che il fiume dell’Amendolea, nei tempi antichi era navigabile, ho scritto infatti di un antico centro Periplon, autonomo che batteva moneta propria. Si dice pure che questa navigabilità veniva sfruttata dai greci che trasportavano il legname di Pino, ricchissimo di preziosa resina, il leccio per costruire le navi da guerra. Il torrente nel passato è stato riportato negli scritti di Barrio, Strabone, Tucidide e di tanti altri autori col nome di “Alex” “Alece” Oggi si chiama “Torrente dell’Amendolea” per l’importanza che ebbe il villaggio dell’Amendolea nella storia di questa terra.

 

 

Immagine 010 fiumara più a valle

 

Lungo il suo percorso bellissime sono le cascate  di Maisano, per raggiungerle basta arrivare alla diga del Menta, da Reggio Cal. o Melito di P.S., attraversarla, e scendere giù a valle, raggiunto il corso d’acqua, dopo una fontanella un po’ più su si trova un sentiero questo va percorso a piedi, naturalmente per chi si reca la prima volta è giusto che si faccia accompagnare da una guida o da una persona del luogo.
Si attraversano boschi di enorme bellezza, fino ad arrivare ai famosi tre salti dell’acqua, chi si vuole avventurare dopo una ripida discesa arriva al laghetto ai piedi della cascata, molti in estate usano fare il bagno,

 

 

ancora più giù un paio di chilometri le cascate di Linnha. Strabone descrive  il fiume Alece (Alice), come copioso di trote e d’anguille, che divide Locri da Reggio. Esso scende per una valle profonda…… dista 4.000 passi dal mare, nelle vicinanze di esso vi è il paese di Amygdalia, un tempo detta “Peripoli”; costruita in un luogo elevato e per natura sufficientemente difeso; con lini, formaggi, e miele ottimo, ….In quell’agro vi sono i villaggi di Rigudum, Arocha, et Gallicum….”.

 

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(Roghudi)                                                          (Roccaforte del Greco)

 

 

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(Galliciano’)

 

Questa fiumara ha avuto un’importanza vitale per le popolazioni di tutta la  vallata, nel passato vi erano molti mulini ad acqua che servivano a macinare tutte le granaglie prodotte dagli uomini. Le sue acque hanno irrigato per secoli vastissime estensioni di terreni coltivati, è comunque un torrente che merita rispetto, d’inverno è ricco di acqua che scende nei primi tratti precipitosamente per poi quasi adagiarsi lungo il largo percorso della vallata dove il letto della fiumara diventa molto più largo, è durante questo periodo che le sue acque possono diventare pericolose in quanto scendono a valle con violenza durante i periodi alluvionali, mentre come tutti i torrenti d’estate è quasi asciutto.

 

 

 

ROGHUDI (Righùdi), GHORIO DI ROGHUDI (Chorìo tu Richudìu)

 

Si può raggiungere Roghudi salendo da Melito P.S., fino a Roccaforte del Greco e dopo essere scesi per un lungo tratto si arriva in questo centro, continuando il percorso invece si raggiunge la frazione di Chorio di Roghudi. Oppure si può optare per un altro percorso Melito, Bova , e dopo aver raggiunto i Campi di Bova si scende sempre più giù fino ad arrivare alla meta. L’immagine del paese di Roghudi all’arrivo è notevole, esso è posto a circa 600 mt. sul livello del mare, su una lingua di terra che si insinua sul torrente Amendolea, come a guardarne la vallata. Sorge arroccato su una rupe ed è circondato da due corsi d’acqua.

 

 

 

Non si sa con esattezza l’origine di questo Centro ormai abbandonato, forse vi si stabilirono tra il X° e XI° sec., pastori alla ricerca di nuovi pascoli o forse si stanziarono in questi luoghi, popolazioni, messe in fuga dalle invasioni turche, che cercavano, rifugio in località interne, sicure perché non potevano essere raggiunte con facilità. Pare che all’inizio del paese e alla fine, quindi a nord e a sud di esso (uniche entrate), vi fossero due cancelli di ferro che venivano presidiati dai cittadini, per ripararsi dalle invasioni saracene. Nel 1084 appartiene al feudo di Bova e poi allo Stato di Amendolea, nel 1624 fu venduto dal casato dei Mendoza ai Ruffo di Scilla che lo mantennero fino al 1806. La popolazione, dati i luoghi impervi ha sempre praticato prevalentemente la pastorizia e l’agricoltura a livello familiare. Notevole il livello di autonomia raggiunto da queste genti e la capacità di trasformare i prodotti della natura in prodotti utili per la vita quotidiana. Essi avevano, abili artigiani, per la lavorazione del legno, e la creazione di tutti gli utensili. Con la ginestra creavano  fibre tessili, ricavando da questa pianta, tessuti di particolare bellezza, con cui ottenevano abiti, tovaglie etc.. Tutti questi prodotti della pastorizia e della terra venivano scambiati commercialmente con i paesi costieri in cambio di generi di prima necessità e utensili che altrimenti non potevano reperire. In questi centri, così come accennato più volte si parlava una lingua  greca arcaica, mista alla bizantina e alla moderna fino a quasi cinquant’anni fa detta grecanica, oggi questa lingua, purtroppo è in estinzione. Per quanto riguarda queste popolazioni va messo in evidenza così come per tutte le popolazioni grecaniche che trattasi di gente con un grande senso dell’ospitalità, laboriosa e umile, ma molto dignitosa e orgogliosa. Salendo verso i Campi di Bova di notevole bellezza sono due conformazioni rocciose (le pietre misteriose) Ta vrastarùcia (i caddareddi ) e I Ròcca tu Dràgu, (la Rocca del Drago),

 

Immagine 025 i caddareddiImmagine 029 i caddareddi con nello sfondo chorio di roghudi

(I Caddareddi)

Immagine 042 LA ROCCA DEL DRAGO 5Immagine 046 LA ROCCA DEL DRAGO CON NINO MARINO ALLA RICERCA DELL'INQUADRATURA

(La Rocca del Drago)                                                            (Marino alla ricerca….della foto)

 

 

 

varie sono le tradizioni che si tramandano ancora oggi, tra gli abitanti della vecchia Roghudi, essi parlano di anaradi (metà uomini metà animali, nella parte superiore con sembianze femminili, di sotto con i piedi di mula o asina), La gente aveva paura di uscire di notte per non incontrarli. draghi, folletti, fate etc. La leggenda  ha tramandato che in  località Travoro è stato nascosto e sepolto un grande tesoro, il Tesoro del Drago, che si poteva trovare solo sognandolo. Tra le rocce rotonde dei “Caddareddi” mangiava il drago. Tutti questi racconti grecanici facenti parte della tradizione popolare servivano a fare capire specie alle donne  e ai bambini di stare attenti ai pericoli. Ma lasciamo questo discorso fantastico. Dagli anni 50 in poi una serie di eventi climatici sfociati nell’alluvione del dicembre 1971, costrinse la popolazione a trasferirsi in massa a valle vicino al paese di Melito un esodo molto travagliato, per gli abitanti del luogo che avevano vissuto li per intere generazioni, ma il tempo inclemente non concesse alternative, il paese vecchio pareva si sgretolasse  per la forza delle piogge. Oggi Roghudi nuovo, sorge nelle vicinanze di Melito P.S., ma rimane sempre nel cuore di ognuno l’amore per il vecchio centro, il legame con i monti si rinnova giornalmente. Certo questo vecchio centro è molto lontano dal mare e la strada per raggiungerlo è lunga e tortuosa ed ecco il sogno nel cassetto, dialogando con l’attuale Sindaco di Roghudi il  dr. Zavettieri Agostino, medico specialista in Ostetricia presso il P.O. di Melito,

 

SINDACO DI ROGHUDI DR AGOSTINO ZAVETTIERI                                                                                           (Dr. Agostino Zavettieri)

 

si discuteva, della possibilità di costruire una strada nuova accanto alla fiumara dell’Amendolea, per raggiungere, da Condofuri Marina, il vecchio Centro in pochi minuti. Egli in quell’occasione mi disse che questo si poteva fare consorziandosi con gli altri Sindaci della Valle dell’Amendolea e che questo era, se così lo vogliamo chiamare, un suo sogno, credo anche non solo suo…tutto ciò forse sarebbe stato un buon motivo per recuperare quella magnifica zona. Egli mi parlò anche di tutte le iniziative intraprese per recuperare il patrimonio paesaggistico ambientale dei vecchi centri di Roghudi e Chorio di Roghudi e per il recupero del patrimonio linguistico, parlandomi anche che stavano per arrivare i fondi per la ristrutturazione delle due vecchie chiese, e di due vecchie scuole a Chorio di Roghudi, capii in silenzio quanto amore ha questa gente verso il proprio paese natale. Appurai dopo che il Dr. Zavettieri aveva approvato col consiglio comunale l’adesione di Roghudi al PSA Progetto Strutturale associato con i comuni dell’area grecanica. (i cardìa-ma emine ecì!).
Frazione del Comune di Roghudi e Chorio di Rogudi un piccolo centro abbandonato anch’esso, qui vi è la tradizione artigiana  della tessitura della ginestra, la lavorazione del legno, la pastorizia l’agricoltura.

 

 

ROCCAFORTE DEL GRECO, GHORIO DI ROCCAFORTE

 

roccaforte del grecoImmagine 063 ROCCAFORTE DEL GRECO

 

E’ difficile indicare quando si stabilirono i primi abitatori in questo centro, inizialmente c’era un insediamento di pastori nomadi, né si può stabilire quando si stanziarono i Greci in questo territorio. Probabilmente c’erano insediamenti molto precedenti a cui si sono sovrapposti popolazioni più recenti. In questo periodo tra il IX° e XI Sec. Questo luogo ricadeva sotto la giurisdizione di Bova. Dopo divenne feudo dell’Amendolea e seguì la sua sorte. Dopo degli Amendola fu amministrato da i Malda de Cordova, gli Abenavoli del Franco, i Martirano, i De Mendoza, i Silva y Mendoza. Ultimi feudatari furono i Ruffo dal 1624 al 1806 (V. Amendolea), periodo in cui furono costituite le prime Università (embrioni dei Comuni), sotto il governo di Bova e nel 1811 divenne Comune con propria autonomia. Il Paese è posto a circa 930 mt. di altezza, in una posizione splendida che domina la vallata dell’Amendolea, poggiato su tre costoni rocciosi, nel passato veniva chiamato Vuni (monte, rocca), quando era possedimento dell’Amendolea fu chiamato la Rocca, e dal 1864 R.D. dell’08 maggio, Roccaforte del Greco. A ridosso del Comune, sorge il castello oggi diroccato a causa dei terribili terremoti del  1783   e del 1908. Tre sono i Rioni del paese , Rione del Castello, Rione Borgo, con la chiesa di S. Rocco e Rione San Carlo. Importante è l’industria boschiva e la pastorizia con i sui derivati. L’attuale Sindaco del Comune di Roccaforte è Ercole Nucera. Nelle vicinanze una sua frazione Ghorio di Roccaforte, che nel 1971 a causa dell’alluvione fu evacuato. Piccola frazione con caratteristiche agricole, importante sono i resti della chiesetta Tripepi dell’VIII° sec.e i ruderi di una vecchia torre di difesa.

 

Senza titolo-1 Chiesetta Tripepi

 

 

 

CONDOFURI  – GALLICIANO’

Gallician%F2%20Panorama

 

 

Posto a circa 600 mt. d’altezza, si affaccia sulla vallata dell’Amendolea, il cuore della cultura grecanica che forse ha resistito perché il paese è stato a lungo isolato, qui si conserva la lingua e le tradizioni. All’arrivo si ha l’impressione di un presepe. Nel passato si coltivava il baco da seta. Fiorente era la lavorazione del legno fatto da abili artigiani, da non trascurare le produzioni tessili che si creavano con la lavorazione della ginestra. Notevole il panorama delle montagne.

 

 

Immagine 167 GALLICIANO' VISTO DALL'ALTO                                                                                                       (Galliciano’)

 

fu un centro, sorto per lo spostamento degli abitanti dell’Amedolea che durante le invasioni turche si collocarono lì per ripararsi. Il paese è stato sempre isolato senza strade per un lunghissimo periodo, questo ha favorito la conservazione del grecanico, oggi è una frazione di Condofuri, prima alla fine del 700 è stato Comune, può essere raggiunto percorrendo la strada che da Condofuri Marina conduce a Condofuri, è in posizione semicollinare, in un paesaggio che si presenta notevolmente interessante, continuando si può raggiungere il Monte Scafi. Pochi ormai sono gli abitanti di questa frazione, che mantengono tutte le tradizioni comprese le greche e la lingua grecanica. Interessante visitare i resti  della  “Chiesa dell’Assunta detta Greca”,

 

 

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Foto%20Chiesa%20S s. giovanni Battista - gallicianò                                                              (la Chiesa Ortodossa e la chiesa di S. Giovan Battista)

 

Si dice che furono gli abitanti di Gallicianò che spostandosi formarono il paese di Condofuri.

 

 

 

CONDOFURI

 

CONDOFURI ANNI 70                                                                                            (Condofuri anni 70)

 

Posto alle pendici del monte Scafi, si trova a circa 13 km dal mare. Il paese in greco era denominato Kontocori, nel 1811 divenne Comune e gli vennero assegnate le frazioni di Amendolea, Gallicianò, Condofuri Marina, San Carlo. Fino al 1806 fece parte della baronia di Amendolea. Il paese, ha come principale attività la pastorizia e l’agricoltura,  subì una migrazione verso il mare, a causa della alluvioni degli anni 50, per cui gran parte degli abitanti si spostarono e fondarono un’ altra frazione a Condofuri Marina, ridente cittadina, ricca di lidi per la ricettività turistica, “il Boschetto, l’Isola che non c’è e tanti altri ancora. Sopra Condofuri Marina un’altra  frazione,  San Carlo, sorta a contatto con la fiumara dell’Amendolea, con al centro dell’antico abitato una torre a piramide confinante con il torrente.

 

                                                                                              (Fortezza di S. Carlo)

 

Tutti questi centri hanno i servizi essenziali per il vivere comune poste, scuole, chiese, lidi che danno una eccellente offerta turistica, centri sociali etc. le FF.SS. Durante la guerra la stazione ferroviaria di Condofuri Marina subì un attacco aereo, molti furono i feriti che vennero ricoverati all’Ospedale di Melito. Sindaco attuale di Condofuri Filippo Lavalle.

 

 

 

AMENDOLEA (AMIDDALIA)

 

Il paese vecchio si trova ad una altezza di 350 mt. sul livello del mare, e distante da esso circa 5 km. Posto sulla cima di una roccia, è stato nel passato il centro più importante della vallata.

 

 

E’ collocato in altura sulla  sinistra del fiume Alece, oggi torrente Amendolea. Il fiume nei tempi antichi, si dice fosse navigabile per un buon tratto e dopo c’era un guado, forse in corrispondenza di questo paese, che esisteva in epoca bizantina infatti sono state trovate monete del X° sec. nei pressi del castello. Forse fu avamposto Locrese. Il fiume segnava il confine tra i territori di Reggio e Locri. Nella parte alta della rocca vi sono i ruderi del castello e delle magnifiche chiese. Il paese prese il nome dai feudatari del castello gli Amendola, il cognome sicuramente deriva dalla mandorla. Non si sa esattamente quando ebbe origine il paese che era posto in posizione strategica tanto che tutti gli altri centri vicini erano fino al 1806 casali di Amendolea. L’attività principale di questo paese e dei suoi casali era l’agricoltura e la pastorizia. Il paese causa i terribili terremoti del 1783 e del 1908 fu molto danneggiato e quindi a causa dell’alluvione nel 1956 evacuato e abbandonato dagli abitanti che si stabilirono ai piedi della montagna dove in atto vi è la frazione di Amendolea. Accanto ai ruderi del paese, nella parte più alta, vi sono quelli del castello

 

Immagine 170 AMENDOLEA VECCHIA E CASTELLO VISTO DALL'ALTO

 

e vicino al castello ci sono i ruderi di quattro chiese SS. Annunziata, Santa Caterina, S. Sebastiano, e S. Nicola. Testimonianza di un forte culto religioso che si aveva in questi centri. All’arrivo c’è una visione mozzafiato, sembra quasi un paese irreale, il silenzio e la bellezza del luogo è la cosa che colpisce di più. Della Chiesa di Santa Caterina (basiliana) ormai rimangono pochi ruderi, c’è da vedere la parte absidale e i muri perimetrali;

 

 

Chiesa di S. Sebastiano è del XII° Sec. Nella struttura si notano ancora degli affreschi  dell’epoca, si vedono i muri perimetrali ed è rimasto per intero un campanile, molto bello che ha uno stile interessante;

 

(Chiesa della SS. Annunziata)

 

 

 

Molti  fanno risalire questo Borgo al periodo Normanno altri al periodo Bizantino. Il castello presenta una torre spaccata a causa del terremoto, sicuramente fu in parte demolito,

 

 

è di dimensioni enormi, vi sono vari ambienti, due cisterne per la raccolta delle acque piovane,

 

 

una cappella, vi è un’abside con tracce di affreschi, il castello era merlato

 

 

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PENTEDATTILO: ATTO INEDITO SULL’ANTICO BORGO.

 

 

Durante le mie lunghe ricerche sulla storia di Pentedattilo, al fine di scrivere un libro che faccia luce sull’intera vicenda tragica, e sulla storia di questo splendido borgo. Ho riscoperto molti atti inediti, riguardanti gli Alberti, i fatti tragici avvenuti, e la storia di questo antico centro,
Tra questi atti, vi è uno, particolarmente importante, un’antica pergamena datata 15 luglio 1615, atto unico! (Con questa pergamena anteriore di ben 36 anni e 7 mesi al matrimonio del Marchese di Pentedattilo D. Domenico Alberti con D. Maddalena Wanachthoven) veniva ordinato cittadino Onorario di Malta  “Jacobi Vannuffele Hollandesis;…””Privilegium Civitis Melitae in Personam Iacobi Vannuffele”; Questo documento mi fece riflettere sull’articolo apparso nella Gazzetta del Sud del 24 marzo 1975 in esso si faceva riferimento all’importante ritrovamento, dell’affresco rappresentante il paese, la rupe e il castello di Pentedattilo.
Ecco il documento inedito riscoperto e fotografato dal sottoscritto., durante le sue ricerche su Pentedattilo.

 

 

 

                                       MARCHIATO DATTOLA IMG_9799 pergamena 15 luglio 1615 Privilegio Civitis Melita in Personam Jacobi Vannufele copia OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

 

 

CONCESSIONE JACOBI VANNUFELE CIVITATIS MELITA                                             (Bella pergamena riscoperta da daniele dattola durante le sue ricerche)

 

 

Nella Gazzetta del Sud di lunedì 24 marzo1975 è stato pubblicato un articolo con il quale si portava a conoscenza dei lettori  che era stato rinvenuto, nel corso di attive ricerche, un affresco del 700 della vecchia Pentedattilo, grazie alle ricerche del Prof. Pietro Tropea, che lo aveva scoperto dando la visione esatta di com’era Pentedattilo nei secoli scorsi e mostrava come case e rocce formassero un tutt’uno. Il Prof. Tropea ha riprodotto in fotografia l’affresco a colori ritrovato, ristampare questa fotografia sul giornale è stato sconsigliato per la precarietà del risultato, per cui si è ricorso ad un disegno che riproduceva fedelmente la foto dell’affresco, ad opera della professoressa Filomena Tripodi. Cosi i lettori si sono potuti rendere conto di com’era una volta Pentedattilo. Il Prof. Tropea in seguito provvide ad esporre la fotografia originale in un locale pubblico di Reggio.
Egli nell’articolo precisava che nel corso delle ricerche aveva potuto rendersi conto che i feudatari di Pentedattilo avevano più feudi e possedevano dimore di ottimo gusto architettonico e parchi adiacenti con sedili elegantissimi rivestiti di ceramica. Nel corso di queste indagini che aveva esteso in Lombardia e a Malta in una dimora degli ex feudatari di Pentedattilo, ormai ridotta in rovine, aveva reperito un affresco miracolosamente conservato che riproduceva Pentedattilo ed il suo magnifico castello, dipinto con colori delicati e molta chiarezza nel disegno.
In questo articolo che riproduco fedelmente qui di seguito, il Prof. Tropea, che ha ritrovato l’affresco non dice dove effettivamente è stato ritrovato.

 

da Gazz del sud 24 MARZO 1975 SU AFFRESCO PENTEDATTILO                                                                              (Gazzetta del Sud del 24 marzo 1975)

 

 

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OLIMPIADI 1960 LA FIAMMA OLIMPICA ATTRAVERSA MELITO PORTO SALVO

 

Nel 1955 un’apposita Commissione, assegnò i Giochi Olimpici alla città di Roma.

 

 

LOGO OLIMPICO 1960

 

 

Nel 1960 Roma ha l’occasione di mostrare, al mondo intero, tutto il suo splendore e la sua bellezza, la Basilica di Massenzio ospita la lotta, le gare di ginnastica vengono svolte nelle Terme di Caracalla, mentre la Maratona partendo dal Campidoglio, percorre l’Appia Antica e termina sotto l’Arco di Costantino. La Maratona viene vinta da un piccolo, magro,  soldato della guardia Imperiale Etiopica, mai visto prima, che nessuno conosceva, e che correva a piedi nudi, Abebe Bikila che arriva solo al traguardo. I giochi furono aperti dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.
Questa Olimpiade, trasmessa in tv, per la prima volta in tutta l’Europa fu grande e apprezzata anche per gli storici risultati, con 36 medaglie l’Italia si  collocò al 3° posto della graduatoria finale, 1° l’Unione Sovietica, 2° gli Stati Uniti 3° l’Italia, con 13 medaglie d’oro, 10 d’argento, e 13 di Bronzo. Grande la prestazione nei 200 mt di Livio Berruti che conquista il record mondiale, nel torneo di pugilato vittoria eccellente di Classius Clay, grandi gli italiani anche nel ciclismo.
La fiamma olimpica nel 1960 ha attraversato l’Italia e anche la Calabria passando per Melito di Porto Salvo. I Tedofori scelti per attraversare il territorio del Comune di Melito furono: Zampaglione Sergio, Franco Lugarà e Domenico Minicuci.

 

 

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F O T O D E L P A S S A T O

 

 

Apro una sezione dedicata alle FOTO DEL PASSATO  pubblicherò, quindi, una serie di foto inedite, che fanno parte della memoria di Melito.  attraverso le stesse si può ricostruire un po’ di storia della nostra cittadina.
Le foto onde evitare che siano copiate e poi divulgate in modo improprio, sono marcate dalla dicitura “Dattola”.

Colgo l’occasione per invitarvi a spedirmi via email foto utili per la storia di Melito che potrebbero servire agli studiosi e che avrò cura di pubblicare in questo angolo per renderle pubbliche, citando la fonte e marcandole come le mie.
Naturalmente avrò cura  e mi impegno a  non divulgare le stesse in modo improprio rispettando la proprietà originale.

Ringrazio

 

 

9 SQUADRA CALCIO MELITO  PER SITO 75 copy

 

 

Le tre foto, compresa la presente, sono copie di  fotografie donatami da un noto medico di Melito P.S., la presente rappresenta una squadra di calcio i cui componenti sono: al centro col pallone l’ex Sindaco di Melito Dr. Antonino Familiari , Focà, Laganà, Spinella, Minicuci Domenico, Orlando, Pizzi, Sergi. Inoltre in divisa Giuliarini Alfredo comandante la Stazione di Bova, marito della Sig.ra Giannotta. Si accettano ulteriori precisazioni, via email.

NON TENENTELE NEI CASSETTI NON SERVONO A NESSUNO RENDETELE UTILI !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

 

 

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COMUNE DI MELITO PORTO SALVO – MANIFESTAZIONI PER 150° ANNIVERSARIO UNITA’ D’ITALIA – INAUGURAZIONE COMPLESSO MUSEALE E SACRARIO GARIBALDINO.

Lunedi 19 luglio 2010, alle ore 10.00, è stato inaugurato a Melito di Porto Salvo, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il Complesso Museale con il Sacrario Garibaldino, sorto davanti la spiaggia, dove 150 anni prima (1860), è sbarcato Giuseppe Garibaldi per unire l’Italia in un’unica nazione. Continua a leggere

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