Il Sito di Daniele Dattola

1716 ATTI INEDITI SULLA PESCA E SALATA DEI PESCI A MELITO PORTO SALVO

 

Durante le mie ricerche, ho rintracciato una serie di atti, inediti, recanti interessanti documenti per la storia di Melito  Porto Salvo, trattano di processi e memorie per il diritto della pesca e della salata dei pesci a Melito e abbracciano un periodo di storia relativo alle concessioni che va dal 1500 al 1728; L’atto principale  è una nota di Fatto e Ragione  del 1761  dell’Ill.mo Duca di Melito D. Francesco Ruffo contro Monsignore Arcivescovo di Reggio Cal., conte di Bova e altri Baroni confinanti.

 

 

PAGINA INIZIALE CONTROVERSIA

 

foto foglio iniziale atto Duca di Melito Ruffo contro Arcivescovo

 

 

 

Sono una serie di atti inediti da me riportati alla luce, (in quanto sono sempre stato un amante del mare e della pesca), pagine veramente notevoli e interessanti, perché  illustrano le tecniche di pesca adottate nel passato e riferite ad un periodo che va dal 1500 in poi.

 

ALTRO DOCUMENTO ALTRO DOCUMENTO bis  ATTI PRECEDENTI

 

 

Questa pesca oggi si fa con moderne attrezzature, invece fino a qualche anno fa si usavano le lampare a gas (ecco qualche foto).

DANIELE E ANTONELLO A PESCA CON LAMPARA DANIELE A PESCA CON LAMPARA

(daniele dattola a pesca con i fratelli)

 

Untitled-1 foto mentre indossa tutaPINO A PESCA SUB NOTTURNA

(preparazione alla pesca sub di notte con lampara)

 

Premesso che il Barrio nei suoi scritti faceva presente che:” nel mare appartenente al territorio di Pentedattilo si faceva ingente pesca di sarde, che salate, si conservavano negli orci”, quindi tradizione di pesca antichissima…  In questi atti viene riportato che l’Illustre Duca di Melito, nonché Signore e Marchese della Terra di Pentedattilo, Ill.mo D. Francesco Ruffo, tra le altre cose, possedeva il diritto di fare salare nella marina di Melito, che è villa di Pentedattilo, le sarde e alici, che si pescavano nel mare verso la paranza di Reggio, che comprendeva per una parte il territorio di  San Lorenzo, Amendolea, Bova e Palizzi, e per l’altra parte Montebello, Motta S. Giovanni, fino a Reggio, essendovi a quest’uso da tempo antichissimo il Fondaco nello Scalo di detta marina di Melito; Tale diritto è stato esercitato dalla marina di Melito fin da tempi antichissimi.

 

MARINA MELITO VEDUTA DELLA SPIAGGIA  barche copy

(Foto da cartoline della vecchia marina di Melito)

 

 

imm melito borgomarina 4 1981 copy

(Foto Marina di Melito)

 

BARCA SIUSY DAVANTI ETNA  

(foto Spiaggia con Etna di sfondo)                            (foto di notte con lampare sul mare)

 

 Nell’atto viene spiegato che questa pesca si fa solo in determinati periodi dell’anno, cioè verso maggio e giugno e,  nei giorni buoni, anche a ottobre , mese della castagna, in questi mesi abbondano le alici e le sarde , le stesse vengono catturate a notte fonda con luci create dalle fiaccole di ginestra, che si portano accese sulla prua delle barche chiamate minaide, che i pescatori guidano in alto mare, fino a quando incontrano  sarde e alici in grossi branchi e gli girano intorno, finchè questi pesci abbagliati dalla detta luce vengono circondati e catturati con le reti..

 

 alici4

Tale pesca si fa in alto mare e quelli che la praticano sono siciliani, riggitani, della Catona, di Melito e d’altri luoghi, non ci sono delle altre zone di Montebello, San Lorenzo, Amendolia, Bova, Palizzi e Motta San Giovanni. Perché in questi paesi non è stata mai esercitata la pesca. Tale pesca si fa solo in alto mare da dentro la barca (minaide) senza bisogno di scendere a terra. Quindi dai tempi antichi il pescato si portava sempre nella marina di Melito, dove si vendeva fresco o si salava e  si commerciava dopo, salato, essendo proibito portare i pesci in altro scalo, ma questo principio è stato opposto dall’Arcivescovo di Reggio conte di Bova, che ha cercato, descrive l’atto, di  intorbidire la verità, (perché sicuramente difendeva alcuni pescatori di Bova e di altri posti viciniori che erano stati colpiti da ammende e arrestati); in quanto si voleva creare a Bova uno scalo per poter salare il pescato. L’atto continua, noi non vogliamo proibire la pesca a Bova degli altri pesci e pure delle sarde e alici di giorno ma quella di notte si. E’ costume quindi portare tutto il pescato nella marina di Melito, per salarlo col sale del Regio Fondaco e dopo vendere il prodotto salato. Nonostante ciò a Bova si è introdotta la salata, usando sale di contrabbando, creando un gravissimo  danno al corpo feudale. Il possesso di questa pesca ,Jus, è giusto, legittimo, antico ed è un privilegio concesso dal Re di questo Regno sotto la denominazione di pescheria, privilegio confermato al feudo di Pentedattilo dal Conte di Ripacurte Vicerè del Regno a Ferdinando Francoperta nell’anno 1509 e dal Vicerè D. Pietro di Toledo a Michele Francoperta nipote di detto Ferdinando nel 1535, sicuramente tale pesca e salatura dei pesci era un metodo antichissimo fatto da sempre a Melito. Avendo i feudatari di Montebello e San Lorenzo chiesto di aprire altri scali, nel 1662, il Marchese di Pentidattilo comparve nella regia Camera ottenendo l’ordine che altri scali non venissero aperti. Nell’anno 1694 il Duca D. Paolo Ruffo ripiglia l’antica controversia. Anche nel 1707 i vicini confinanti cercarono di aprire altri scali per usare il sistema della salata dei pesci. E qui un lungo elenco di nomi di pescatori che nel 1709 avevano dovuto pagare alla Corte di Pentedattilo ammende e qualcuno era stato arrestato poiché aveva usato altri scali, insomma testimonianze, comprese quello dei venditori del Regno del Sale che misero in evidenza che il sale veniva fin dai tempi antichi venduto solo al fondaco della Marina di Melito, con tanto di ricevute. Mentre le ricevute non esistevano per gli altri scali, tutto questo avrebbe, alla fine,  creato un grosso danno all’erario e avrebbe favorito il contrabbando, anche perché la distanza tra Bova e Reggio era notevole per cui i controllori che a Melito esercitavano il controllo periodicamente non avrebbero potuto farlo a Bova e per la distanza e per il numero esiguo. Per quanto sopra si chiedeva alla regia Corte di riconoscere il Fondaco di Melito unico scalo per fare la salata e di non autorizzare l’apertura di altri scali. Creare altri scali significava favorire una confusione nella vendita dei pesci e della salata, nonché favorire l’acquisto di sale contrabbandato specie nel territorio di Bova dove i controlli sarebbero stati più difficili. 12 ottobre 1716.

Con questi atti inediti ho riscoperto:

1)  Una tecnica di pesca, particolare di cui nessuno aveva conoscenza;

2)  che le barche con questi fuochi (fatti con rami di ginestra) si chiamavano minaide;

3)  che questo tipo di pesca e salatura dei pesci, era un privilegio concesso dal Re di questo Regno sotto la denominazione

di “pescheria”, privilegio confermato al feudo di Pentedattilo dal Conte di Ripacurte Vicerè del Regno a Ferdinando

Francoperta nell’anno 1509 e dal Vicerè D. Pietro di Toledo a Michele Francoperta nipote di detto Ferdinando nel 1535.

4) Nel 1662 i feudatari di Montebello e San Lorenzo chiedono di aprire altri scali per usare la salata dei pesci, avversati

nella Regia Camera dal Marchese di Pentedattilo, questo sta a dimostrare  le tensioni già esistenti all’epoca tra i due

feudi.

Consegno, quindi, alla Storia di Melito e Pentedattilo queste importanti e inedite notizie.

 

daniele dattola

 

 

Melito Porto Salvo, li   09.10.2010                                                                                        daniele dattola

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